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domenica 14 dicembre 2014

BIANCHE BARCHE DAL LENTO ONDEGGIARE



Ecco uscito dai cassetti della memoria e dai vecchi fogli del diario, questo scritto della zia Alida (quindicenne o giù di lì, che si firmava Le Ali sul giornale della scuola): mi risuona intenso ogni volta che passo da Ticino, e lievemente profetico. 




Dietro il vostro danzare
leggero a fior d'acqua
si perde il mio stanco pensiero,
bianche barche dal lento ondeggiare;
e vi guardo sperduta dal lido
sognando quel dolce cullare.

Com'è lungi da voi
questo vano lottare,
com'è ardito quel volo d'azzurro
che vi culla leggere e ondulanti
sui bianchi marosi sonanti.
Ed è bello il sereno abbandono
con cui vi affidate
all'onda per cui siete nate.

Il più pallido raggio di sole
vi basta per farvi brillare.
E' dolce il cammino nel sole,
ma troppo lesto scompare
e l'ombra di un buio destino
oscura il mio incerto cammino.

Alida Casali, 1957 (?)
(Le Ali)



mercoledì 17 settembre 2014

PAVIA, una città da RI-ACCORDARE



Mi piace questo flash di Pavia, cari i miei nipoti vicini e lontani! La mia città, la vostra città di origine.
La città di adozione e - come ama dire zio Paolo - la sua città di ado(ra)zione.
Il percorso romanico più bello d'Europa, probabilmente, così concentrato in una città di neanche centomila abitanti, studenti universitari compresi (un terzo della gente che vi abita).

Una città affascinante, anche tra le brume (un bell'eufemismo per non parlare della nebbia profonda che a volte sembra avvolgere anche i cervelli e i cuori dei pavesi, che amano spesso bistrattarsi e autodenigrarsi).

Una città più conosciuta come capitale del gioco d'azzardo e per gli intrallazzi nelle alte sfere che non per quella miriade di dettagli, sfumature, riflessi, emozioni che ci regala ogni volta che ci sof-fermiamo ad ascoltarla, guardarla, accoglierla.

Ci sono vissuta i miei primi 14 anni, sui colori del Ticino, e altri dieci vicino a San Teodoro, assorbendo negli occhi i ciottoli delle sue strade, gli archi romanici, le viuzze attorno a casa, il fornaio, il salumiere e la lattaia.
Sono tornata a viverci dopo 30 anni di Toscana.

Ho ricominciato a girarla alzando la testa, a ri-accorgermi dei piccoli balconi settecenteschi che si affacciano in via Cardano, in Strada Nuova, in Corso Garibaldi; dei palazzi barocchetto valorizzati per la prima volta dalla zia Alida (ecco qua la nota della Treccani, dal Dizionario Biografico degli Italiani: CASSANI, Lorenzo Bartolomeo, detto il Cassanino Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 21 (1978)

Insomma: sarà il caso di cominciare a "viverla" davvero questa città amabile!
La mia recente esperienza di campagna elettorale mi ha fatto conoscere un sacco di gente bella, motivata, innamorata di questa città dai mille contrasti, che ha voglia di vederla rifiorire e di ridarle la dignità umana, culturale, sociale che ha avuto nella storia e che si merita pienamente.

É quando ci si ritorna, forse, che la si apprezza di più... o quando si invecchia!

O più semplicemente quando si riprende la bicicletta...



Ed è giusto che ci si sdegni per questo cartello che dal 1997 trionfa nel prato di un condominio in una delle zone residenziali più belle della città:


NO, non ci siamo e non ci stiamo!


Dunque: riavvolgiamo il nastro, e torniamo a RI-ACCORDARE le nostre corde stonate. Ri-Cordando per esempio quello che Pavia ha fatto per i bambini negli anni '70, con i primi doposcuola, i primi nidi, le prime attività sportive nei quartieri periferici, le più avanzate esperienze formative nella VI Scuola Media (poi intitolata a Cesare Angelini) al Vallone, dove anche facendo questi cartelloni SI ACCORDAVANO ALLA LORO CITTÁ gli alunni di III media della zia Alida:




Proprio ieri sfogliavo il mio lavoro di tesi:

Università degli Studi di Pavia
Facoltà di Lettere e Filosofia

Esperienze formative nel pavese: un esempio di pedagogia in zona urbana nel quartiere Vallone

Relatore: Chiar.mo prof. Egle Becchi
Tesi di Laurea di Maria Paola Casali

Anno Accademico 1976-77


Ma questa è un'altra puntata ...






... Riprendiamo la bici...

venerdì 21 marzo 2014

LÍ DOVE SI VA A PASSEGGIO - per un "leggere lento"

Pavia, in surplace - foto © mpaola casali 2014
Amavo andare a lavorare in treno perché potevo leggere: la Nonna Pina quando ero ragazza mi trovava sempre mille cose da fare e riuscivo a gustarmi un libro solo quando lei faceva il suo riposino pomeridiano (15 minuti spaccati, poi ripartiva più ingazzurrita di prima). 

Ho sempre invidiato chi riesce a cuor leggero a "staccare" e immergersi durante il giorno in un libro che non sia un testo dell'Università e naturalmente ho sviluppato (con pochissimo successo) tutte le strategie per farlo, sentendomi in vacanza a ogni minima riuscita in tal senso. 

Non mi piacciono i trucchi per la "lettura veloce": è una contraddizione, perché leggere richiede un forte impegno anche del nostro emisfero sinistro, quello che ci dice di "mettere le cose in fila una dopo l'altra"con calma, oltre che attivare l'emisfero destro che ci permette di "fare rapidamente il clic", di capire il senso di tutte quelle parole sul rigo.

Insomma, leggere vuol dire godersi un pezzo, e ri-goderselo se è il caso: con un libro si può; con il post di Facebook è un po' più difficile perché quando trovi qualche spunto interessante è già stato ampiamente scavalcato da annunci di diete e richieste di "lavoretti per le scuole sulla primavera" (odiosa e demenziale la mania dei lavoretti a tema! senza anima, se non il compiacimento dell'insegnante che vede il "prodotto finito" invece di cogliere la delicatezza della elaborazione visiva olfattiva tattile motoria del bambino che scopre qualcosa).

Stupirsi - foto © paolo salvi 2014


Così ho deciso di regalarvi un pezzo che ho letto nei giorni scorsi nel libro di Moni Ovadia, L'ebreo che ride. E' una poesia che dovete aver la pazienza di leggere fino in fondo, perché forse ci fa venir voglia di ...


Moshe Nadir, Dort vu m'gheit shpatsim (Lì dove si va a passeggio), 1996

Una terra dove non si va a passeggio, dove non si beve vino
la terra dell'acciaio, del ferro, la terra della tecnologia,
la terra dove un uomo che sputa più lontano degli altri
viene dichiarato campione e lo si porta in palmo di mano.
Ho nostalgia di casa
lì si va a passeggiare con una religiosa puntualità
lì piange tutta la cittadina quando un uomo muore
o parte per l'America
e lì gioisce tutta la cittadina quando qualcuno si sposa
o vince la lotteria.
Là i fiori sono piccini e non hanno nome e i boschi sono grandi
e l'amore è quieto e pieno del colore del sangue.
Lì, quando gli orti sono colmi di frutta, in quell'epoca
la gente aspetta fino a quando il sole cala e va a passeggiare.
Non c'è granché da mangiare
pane e miele per i bambini, latte per gli adulti
ma tutti vanno a passeggio
e ogni passo è una grande arte, una scienza.
Lì la vita ha stile e pace e preziosità, e c'è così tanto tempo libero, la gente fa il bagno quando vuole.
Lì quando un signore si leva il cappello davanti a una signora,
lo fa in modo così dolce e lento che si può leggere la marca
e il numero del cappello.
Lì perfino gli anziani ebrei hassidim, religiosi,
passeggiano verso il pozzo, con in mano la giara
e con il sogno dell'acqua fresca disegnato sui volti luminosi.
Ho ancora nostalgia della terra dove andare a passeggio
è un'arte e non un lavoro.
Ho nostalgia dei suoi tetti bassi e dei suoi cieli alti,
mi manca quella terra di fango, di neve e di polvere
che è così tanto più soffice della terra della pietra e del ferro.
Sto rientrando a casa da una passeggiata al Central Park.
Le persone mi guardano come si guarda uno straniero
perché cammino lentamente, serio e con un bastone.



N.B. La Nonna Pina, che aveva fatto le elementari negli anni '20 ma aveva imparato assai nella sua lunga vita e nelle sue esperienze che definirei a pieno titolo "socio-educative", ha scoperto il tempo e il piacere di leggere (e di scrivere) dopo i 70 anni. E fino alle 4 di notte si è divorata tutto quello che aveva a che fare con psichiatria e antipsichiatria, da Basaglia a Petrella, dalle esperienze delle comunità aperte agli esorcismi e agli studi sugli alberi genealogici, passando da Freud e da Jung, dalle storie vere ai saggi degli specialisti, dai romanzi alle erbe di Mességué.

Qualche volta andava anche a passeggio, per il gusto di andarci.

Luci a Pavia - foto © mpaola casali 2014

domenica 29 dicembre 2013

ANCH'IO SONO CRESCIUTA TRA GLI EMIGRANTI



Dedicato a chi è arrivato a Pavia da lontano ad arricchire la mia infanzia.
"Per un Europa dei Cittadini (e non solo della finanza)".


Anch'io sono cresciuta tra gli emigranti. Meglio, tra le emigranti.
Le "ragazze" che lavoravano nella nostra casa e poi nella sartoria della Nonna Pina venivano da lontano (come si diceva allora, anche riferendosi a qualche altra regione italiana).

Appena nata, ho sentito parlare calabrese dalla Gianna, una splendida tuttofare venuta dal sud che - con la sua bambina nata quasi in contemporanea a me - è stata una presenza costante e importante nella mia vita di bambina pavese.

Nonno Aurelio e Nonna Pina (giovani sposi belli) con Zia Alida, Zio Chico, Zio Gabri (piccoli)
insieme alla Gianna e agli altri amici e lavoranti in una delle tante gite fuori porta del secolo scorso
(in questa foto io non ci sono: quando sono nata io non si facevano più queste scampagnate e mi mancano tanto!)








La Gianna - capelli neri e folti e un neo particolare sul viso - abitava in una corte in fondo a corso Garibaldi, di quelle con le case a ringhiera (il gabinetto era nella corte, uno per tutte le famiglie che ci stavano). Quella corte era la mia meta preferita fino ai 10-12 anni quando mi spostavo in bicicletta da sola, perché la casa della Gianna e di suo marito (oltre al fatto che giocavo in cortile e per strada con la mia amica) era per me un altro pezzo della "mia" casa.

"Vedevo" odor di Gianna sulla tavola, nei racconti e nelle piccole stanze piene di cose.
Chissà perché, collego a lei i maglioni lavorati a mano con diversi motivi a righe, di moda a quell'epoca, che ho visto addosso ai miei fratelli nelle foto ormai d'epoca.

Racconti: non conosco bene la storia, ma ho sempre sentito dire che da ragazzina la Gianna era stata "rapita" (e messa incinta) da un personaggio assai in vista in Calabria, che - come tale - doveva nasconderla agli occhi del mondo confondendola tra la servitù.

Non so come ne sia venuta fuori e si sia ritrovata a Pavia: so che qui ha vissuto tanti anni a casa dei miei diventando una di noi, finché è stata raggiunta dal suo vero uomo venuto a fare i turni in fabbrica e con lui ha messo su famiglia.
La collego agli scatoloni con la corda, forse per associazione di idee, o forse perché ero da lei quando arrivavano pacchi dalla sua terra. Le mie foto della prima comunione sono collegate a quelle di sua figlia e di lei che stava orgogliosa alle sue spalle.

È stata a Pavia tanti anni, perché la ricordo "anziana", ma forse aveva una cinquantina d'anni quando è ritornata nella sua terra. Non posso fare a meno di pensarla, quando passo dov'era la sua corte.

Mi manca. Avrei forse un po' meno di umanità dentro se Pavia non l'avesse accolta.




mercoledì 25 dicembre 2013

NATALE in riva al TICINO



(I Fio' d'la Nebia)

A drè la riva dal Tesin l'altra not l'è nasu un fieu
a Giusepp al batareau e Marieta Lavandera
Tut i curan, Tut i curan a fa cera....
(...)

Ma 'l fiulin i regal aghià giamò:
un barcé par fas da ca' e il Tesin... al nos Tesin
par fas ninà....



Ma il bambino i regali li ha già:
una barca da casa gli fa
e il Ticino, il nostro Ticino
per farsi ninnar.

BUONA SERATA DI NATALE, sulle rive del Ticino!

giovedì 19 dicembre 2013

SUGGESTIONI DI NATALE



Lievi suggestioni natalizie, che mi riportano ad altri Natali...

Presepe Nature: Pinkito e Margherita alle 3 di notte. Foto © La Balzana


PAVIA, abside di San Teodoro










... e soprattutto mi ricordano l'emozione del
"preparare" il Natale.
















Da ragazzina, almeno per tutte le elementari e forse anche le medie, i sabati pomeriggio di dicembre erano caratterizzati da una puntata a San Teodoro.

Immancabilmente anche oggi, ogni volta che passo da questo angolo rivivo le stesse sensazioni di allora: aria un po' cupa di nebbia, un pochino di paura (ci si arriva da una stradina piccola e sassosa, allora come ora poco illuminata) e battito del cuore appena accelerato, anche perché arrivavo spesso all'ultimo minuto e gli altri bambini erano già nella cripta per la funzione dell'Avvento.

Le luci e la musica che scappavano dalle finestrelle basse mi segnalavano che la preghiera stava iniziando. Il giorno di Natale, alla messa delle 9.30, arrivavo in genere con il cappotto nuovo che la nonna Pina mi aveva finito durante la notte, o comunque con un paio di calzettoni nuovi, o di guanti e cuffia da inaugurare.











Passare da San Teodoro ancora oggi mi ricorda l'intimità delle candele nella cripta dove si stava più caldi per la messa e la posizione esatta di dove mi andavo a sedere (diversa da quella delle Messe degli altri periodi dell'anno, quando avevo davanti le pecore che ancora oggi evocano il mio soprannome).


La mattina di Natale, prima della Messa, c'era il bagno e prima ancora - di buon mattino - la "finta" della sorpresa per i regali portati da Gesù Bambino (come capita a tutti i bambini, attorno ai 6-7 anni qualche amica dispettosa si era divertita a smontare il sogno, svelando la vera provenienza dei doni dal bagagliaio delle auto dei genitori e, a quei tempi, dalle borse nascoste per tempo negli armadi di casa).

Eppure era - e resta - sempre una gran sorpresa, perché anche se per tutti gli anni successivi mi son assunta il compito di "rinnovare" l'emozione preparando direttamente l'ambiente la sera della Vigilia - mi piace scoprire che "qualcuno" è passato dopo di me e ha aggiunto qualche piccola cosa (meglio se per me!)

Non ho foto di quei momenti. Allora solo lo zio Sergio aveva la macchina fotografica, e addirittura la cinepresa: ma quei momenti intimi tutti dedicati alla nostra famiglia erano "solo nostri". L'unica immagine che collego alla sera della Vigilia (per il richiamo angiolesco della situazione) è questa, di Giancarlo piccino con una buffissima camicia da notte della zia Alida.



Forse stava telefonando per sapere a che ora sarebbe arrivato GESÚ BAMBINO e poter preparare per tempo la CIOTOLINA con il latte tiepido per Lui e la CAROTINA per l'asinello (che la mattina dopo avremmo trovato puntualmente sgranocchiata con le dovute gocce di latte rimaste ancora sul pavimento insieme alla ciotola vuota).

E il rito delle SCARPE lucidate? A casa le pulivamo a turno io e i miei fratelli, ma mi pare che la sera di Natale ognuno si preoccupasse ben volentieri di lustrare le proprie per andarle a collocare il più in vista possibile in salotto ai piedi del divano, delle poltrone e dello specchio. Era il "segnaposto" inequivoco per indicare dove avrebbero dovuto essere appoggiati i regali che ti a-spettavano.

La mattina ovviamente ero la prima a svegliarmi all'alba (con gran disappunto di tutti gli altri della famiglia - più grandi - che conoscevano il copione e avrebbero solo voluto dormire ancora). Una rapidissima occhiata di nascosto ai vetri smerigliati del salotto (proibito entrare da soli!) e la meraviglia di vederlo tutto colorato di arancione, con un profumo di mandarini che passava da sotto la porta!!!

Era allora che cominciava il tormentone della sveglia a tutta la casa per accelerare il momento magico della scoperta, che andava fatta rigorosamente prima del bagno, della colazione e della Messa, anche perché ci si rivestiva per l'occasione con le nuove calze, magliette, mutande, camicie, cravatte e scarpe (quando andava di lusso).

Non ricordo bene se ognuno si fiondava nel proprio "angolo": non mi pare. Mi piace ricordare che tutti prima facevano il giro della stanza per guardare la scenografia preparata per tutti: le scatole impacchettate e infiocchettate piccole e grandi, il pacchetto morbido che nascondeva sicuro un maglioncino o una sciarpa, i mandarini a mucchietti sparsi, insieme alle noci, alle confezioni di datteri e fichi secchi, a qualche filo argentato e al tocco geniale di chi aveva predisposto la situazione.

Che bello poter aprire un pacchetto e condividerne lo stupore e la gioia con gli altri, che fanno la stessa cosa ma tenendo gli occhi aperti su ognuno di noi! che bello "tenerci dentro" questi momenti!!



BUON NATALE
insieme





sabato 7 dicembre 2013

IL FIUME e LA NEBBIA


Oggi, 7 dicembre 2013 (S. Ambrogio), splendida e "miracolosa" giornata di sole a Pavia e temperatura quasi primaverile: quello che ci voleva per facilitare la vita a noi "traslocatori quasi di professione", alle prese con un nuovo luminoso inizio.

Sì, perché 3 anni fa - più o meno di questi tempi - zio Paolo e io abbiamo inaugurato lo studio in queste condizioni:

E meno male che faceva "luce" il mio giaccone!

Fatto - manco a dirlo - dalla nonna Pina
con il famoso Panno del Casentino, la terra che mi ha "catturato e adottato" per 30 anni.

Una bella metafora per la mia vita, e per rispondere alla domanda che mi sento ripetere da qualche anno a questa parte: "Ma se hai vissuto 30 anni in Toscana in quel luogo da sogno, come hai fatto a tornare a Pavia?"

"È per colpa di quel fiume se io sono ancora qui..."


Certo il fiume è un pezzo grande della mia infanzia e della mia vita da liceale e universitaria. Ho abitato "sul Ticino" da quando avevo un anno fino all'adolescenza, e dalle vetrate della mia casa al terzo piano - proprio a metà tra i due ponti - il fiume è stato il mio sfondo emotivo e cromatico.

Paride il barcaiolo; le regate in canoa e i motoscafi del raid Pavia-Venezia; il mio primo (e unico) giro sul motoscafo rosso della signorina Ollano; le prime passeggiate  all'inizio di ogni primavera con i bambini piccoli (le cuginette appena nate quando io avevo 5 anni, e i miei nipotini quando ne avevo 15); i marciapiedi del viale su cui - di giorno - correvo con i pattini a rotelle vinti con i formaggini rischiando di capottarmi sui "foruncoli" provocati dal catrame in ebollizione e dalle radici degli alberi; gli stessi marciapiedi che - di notte - si popolavano di signore a cui non riuscivo a dare un'identità.

E la poesia che ho scritto a 10 anni guardando il tramonto, quando ho usato - per descriverne i colori - le diciture dei pastelli che mi avevano appena regalato:

Verde cupo dei boschi,
violetto rosato,
garanza rosa,
arancione e giallo,
bianco grigiastro
e azzurro verde e turchino.

Voi dominate sul ponte
al tramonto del sole.
Vi riflettete, o colori,
sul mio bel Ticino.

Pavia, 21 novembre 1965


Solo oggi mi sono levata lo sfizio di cercare su Google quella parola che non avevo (e non avrei) mai sentito da nessuno, e che per questi 48 anni mi è tornata in mente a ogni tramonto, insieme alla certezza di averla letta sul pastello e al dubbio di essermela inventata:
Lacca di Garanza Rosa

I ricordi con le persone, potentissimi: il nonno Carlo e Petula Lita; le passeggiate al sole con Zia Tuci; i ricordi dell'attesa di Gabri (mio fratello) che stava a pescare per ore (con la nonna Pina e il nonno Aurelio non so se arrabbiati o preoccupati e io che stavo di guardia finché non lo vedevo arrivare col suo barcè); e per par condicio Chico (l'altro fratello) e il Cattagni, che nel 1967 (anno di introduzione dell'ora legale) si ostinavano a tenere l'orologio con l'ora solare per essere originali.... (collego questo episodio a un ricordo vivido di noi tre nel piazzale dove Paride tirava su le barche al pomeriggio); la riva dove ogni tanto andavo coi libri a studiare con Alida, mia sorella, e i punti esatti dove lei mi faceva le prime foto a colori nell'età in cui mi vergognavo di "mettermi in posa".

Le processioni bianche e dorate di maggio con l'abito della prima comunione e la candela in mano; le sfilate colorate delle matricole con i loro rumore di barattoli legati ai piedi; il Palio dell'Oca quando lo facevano in grande stile (viva Google! ho trovato un film LUCE dell'epoca - guarda caso - recuperato dal Cattagni di cui sopra):



Insomma... questo fiume... dove era destino tornassi anche per guarire ...
FA SEMPRE MIRACOLI!
e io nei MIRACOLI, riesco comunque a crederci.

(...)
Perchè in fondo il mare ha un lato
un solo lungo lato blu
e anche lo sguardo più allenato
non può vederne mai di più

mentre chi vive accanto a un fiume
anche se è grande come qui
vede benissimo il confine
e non può credere ai miracoli
(...)


domenica 6 gennaio 2013

LA BEFANA DEI FERROVIERI


Questo invece è dedicato a nonno Aurelio
che faceva il ferroviere: 

per la Befana mi portava in via Rezia
in un grande locale dove facevano le feste della Ferrovia
 e mi regalavano un pacchetto di biscotti.

Nel mio album ho la foto col cappottino blu e il pacco di biscotti in mano.

Ecco cosa è scappato fuori dalle scatole nascoste all'Ospitale!

mercoledì 2 gennaio 2013

I SASSI DELLA GRATITUDINE


E' strano:
se pensiamo ai sassi, una delle prime cose che ci viene in mente è "un mucchio di sassi"
con tono spregiativo.


Quando camminiamo nel centro di Pavia, soprattutto con i sandali o le scarpe leggere, i ciottoli li sentiamo proprio tutti sotto i piedi: l'acciottolato era un tormentone per la nonna Pina! A me invece piace tantissimo perché mi ricorda quando ero piccola e giravo nelle stradine attorno a San Teodoro con i sandali blu con i due buchi. Qualche mese fa mi sono fatta persino una foto con le scarpe nuove perché mi piaceva il gioco di colori e mi ricordava quei momenti (a scanso di equivoci: i piedi più grossi sono quelli di Paolo! E' per questo che - come dice lui - paga le tasse in più province).



Tutti ci siamo fermati almeno una volta davanti a un sassolino particolare, diverso da tutti gli altri, e ce lo siamo messi in tasca. Poi ce lo siamo dimenticati e lo abbiamo ritrovato quando meno ce lo aspettavamo: e allora ci ritorna in mente il momento in cui lo abbiamo "visto", individuato tra tutti gli altri, e abbiamo deciso di tenercelo. Quello era un momento in cui ci siamo sentiti grati alla natura per aver prodotto qualcosa di così particolare... Una volta ho sentito la storia dei Sassi della Gratitudine (ci sono tante versioni di questo racconto), ma il succo è questo: quando abbiamo la sensazione di essere sfortunati e che tutto ci sta andando male, ricordiamoci di mettere una mano in tasca e tirar fuori il nostro sassolino. Guardiamolo e poi ringraziamo il cielo di essere lì e poterlo guardare.