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martedì 16 maggio 2017

SBOCCIARE


  


Questo fiore è sbocciato questa notte.
Ieri sera era piccolo e chiuso, come l'altro bocciolo.
Anche voi, piccoli e grandi nipoti,
siete sbocciati quasi all'improvviso!

Anche noi - "grandi adulti" preoccupati dalle pressioni di ogni giorno 
abbiamo dentro tutte queste possibilità, 
questa enormità di bellezza 
che sembra quasi impossibile riuscire a contenere.

Con le fragranze, la leggerezza, la delicatezza, la forza
di un fiore di maggio
che aspetta solo di poter fiorire.

Un giorno, all'improvviso.

Grazie.  


giovedì 25 agosto 2016

MERCANTI di AMICI



"Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla.
Comprano dai mercanti le cose già fatte.
Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici".



"Se tu vuoi un amico, addomesticami!"
"Che bisogna fare?" domando' il piccolo principe.
"Bisogna essere molto pazienti," rispose la volpe. "In principio tu ti siederai un po' lontano da me, cosi', nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino..."

Il piccolo principe ritorno' l'indomani.
"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora," disse la volpe.
"Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò a essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicita'. Quando saranno le quattro, incomincero' ad agitarmi e a inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicita'! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti."

E qui - cari nipoti - si aprirebbero tanti richiami alle abitudini, ai gesti misurati che vi insegnavo per avvicinarvi ai cavalli (ricordate?), ai piccoli giochi rituali di quando eravate piccoli, alle "regole" che avevamo introdotto nei nidi di Cinisello e poi nella nostra fattoria. Insomma, a tutte quelle piccole grandi cose che fanno la differenza!!

La volpe aveva capito tutto. 


martedì 8 aprile 2014

8 APRILE, LE PICCOLE GRANDI ABITUDINI

8 aprile 1979: un viaggio interminabile da Firenze a Pavia con la mia 127 azzurro metallizzato.

Neanche una sosta. Arrivo a casa in 2 ore e 45 minuti, record. La nonna Pina aveva cercato di rintracciarmi la mattina segnalando ai carabinieri la targa della mia macchina: non c'erano i cellulari e la nonna aveva la buona abitudine di segnare sempre le targhe delle auto con cui ci spostavamo "perché non si sa mai". Voleva dirmi che il nonno Aurelio (che - prima di essere vostro nonno - era solo il mio papà!) era stato ancora male ed ora era in ospedale, e questa volta era un po' peggio delle altre.


Non ho fatto in tempo a salutarlo, e forse è per questo che da allora per tantissimi anni ho sentito il bisogno di essere sempre reperibile dovunque e a qualsiasi ora.

Inevitabilmente l'8 aprile, da 35 anni, il ricordo vola appena sveglia sulla colazione che il nonno Aurelio mi ha preparato tutti i santi giorni dall'asilo al giorno della laurea: la cremina del caffelatte versato sopra l'uovo sbattuto con lo zucchero e il pane raffermo inzuppato. Risento nettamente il gusto e la carica di energia al solo pensiero!

E in rapida successione, quando mi accompagnava all'asilo, insieme ad Angela e Luisa, le mie compagne, col cestino dove la mamma aveva messo il "riscaldo" con le carote che mi piacevano.

Non conosceva la musica, ma al pianoforte di casa (quello su cui la Lauretta - la nostra cugina che ora fa concerti in tutto il mondo - ha suonato le prime note) accompagnava regolarmente "a orecchio" i nuovi pezzi di Sanremo dopo averli sentiti una sola volta. Questo suo talento, invidiabile per me così "dura d'orecchio" come dice zio Paolo, deve essergli arrivato dallo zio che il secolo prima si dilettava a scriver romanze, di cui abbiamo trovato i libretti a casa dello zio Ulisse (il fratello del nonno), anche lui appassionato di musica e gran suonatore di fisarmonica.

Salto a Malesco d'estate, il martedì - giorno di mercato: il susino giovane nel giardino stentava a crescere, ma all'improvviso lui ci chiamava orgoglioso per farci vedere che finalmente ... era pieno di pere: quelle che lui aveva trovato acerbe al mercato e aveva appeso una a una ai rami dell'albero per farle maturare al sole!

Le aveva queste uscite... e gli sarebbe piaciuta assai questa PREGHIERA di Tommaso Moro:


Dammi, o Signore, una buona digestione
e naturalmente anche qualcosa da digerire.
Dammi la salute del corpo
con il buon umore necessario per mantenerla.

Dammi un'anima che non conosca la noia,
i brontolamenti, i sospiri, i lamenti
e fa' che io non mi crucci
per quella cosa troppo ingombrante
che si chiama "io".

Dammi il senso del ridicolo.
Donami la grazia di comprendere gli scherzi
affinché abbia nella vita un po' di gioia
e possa renderne partecipi anche gli altri.

Amen


Lo vedo sorridere... E finisco qui.


domenica 29 dicembre 2013

ANCH'IO SONO CRESCIUTA TRA GLI EMIGRANTI



Dedicato a chi è arrivato a Pavia da lontano ad arricchire la mia infanzia.
"Per un Europa dei Cittadini (e non solo della finanza)".


Anch'io sono cresciuta tra gli emigranti. Meglio, tra le emigranti.
Le "ragazze" che lavoravano nella nostra casa e poi nella sartoria della Nonna Pina venivano da lontano (come si diceva allora, anche riferendosi a qualche altra regione italiana).

Appena nata, ho sentito parlare calabrese dalla Gianna, una splendida tuttofare venuta dal sud che - con la sua bambina nata quasi in contemporanea a me - è stata una presenza costante e importante nella mia vita di bambina pavese.

Nonno Aurelio e Nonna Pina (giovani sposi belli) con Zia Alida, Zio Chico, Zio Gabri (piccoli)
insieme alla Gianna e agli altri amici e lavoranti in una delle tante gite fuori porta del secolo scorso
(in questa foto io non ci sono: quando sono nata io non si facevano più queste scampagnate e mi mancano tanto!)








La Gianna - capelli neri e folti e un neo particolare sul viso - abitava in una corte in fondo a corso Garibaldi, di quelle con le case a ringhiera (il gabinetto era nella corte, uno per tutte le famiglie che ci stavano). Quella corte era la mia meta preferita fino ai 10-12 anni quando mi spostavo in bicicletta da sola, perché la casa della Gianna e di suo marito (oltre al fatto che giocavo in cortile e per strada con la mia amica) era per me un altro pezzo della "mia" casa.

"Vedevo" odor di Gianna sulla tavola, nei racconti e nelle piccole stanze piene di cose.
Chissà perché, collego a lei i maglioni lavorati a mano con diversi motivi a righe, di moda a quell'epoca, che ho visto addosso ai miei fratelli nelle foto ormai d'epoca.

Racconti: non conosco bene la storia, ma ho sempre sentito dire che da ragazzina la Gianna era stata "rapita" (e messa incinta) da un personaggio assai in vista in Calabria, che - come tale - doveva nasconderla agli occhi del mondo confondendola tra la servitù.

Non so come ne sia venuta fuori e si sia ritrovata a Pavia: so che qui ha vissuto tanti anni a casa dei miei diventando una di noi, finché è stata raggiunta dal suo vero uomo venuto a fare i turni in fabbrica e con lui ha messo su famiglia.
La collego agli scatoloni con la corda, forse per associazione di idee, o forse perché ero da lei quando arrivavano pacchi dalla sua terra. Le mie foto della prima comunione sono collegate a quelle di sua figlia e di lei che stava orgogliosa alle sue spalle.

È stata a Pavia tanti anni, perché la ricordo "anziana", ma forse aveva una cinquantina d'anni quando è ritornata nella sua terra. Non posso fare a meno di pensarla, quando passo dov'era la sua corte.

Mi manca. Avrei forse un po' meno di umanità dentro se Pavia non l'avesse accolta.




giovedì 19 dicembre 2013

SUGGESTIONI DI NATALE



Lievi suggestioni natalizie, che mi riportano ad altri Natali...

Presepe Nature: Pinkito e Margherita alle 3 di notte. Foto © La Balzana


PAVIA, abside di San Teodoro










... e soprattutto mi ricordano l'emozione del
"preparare" il Natale.
















Da ragazzina, almeno per tutte le elementari e forse anche le medie, i sabati pomeriggio di dicembre erano caratterizzati da una puntata a San Teodoro.

Immancabilmente anche oggi, ogni volta che passo da questo angolo rivivo le stesse sensazioni di allora: aria un po' cupa di nebbia, un pochino di paura (ci si arriva da una stradina piccola e sassosa, allora come ora poco illuminata) e battito del cuore appena accelerato, anche perché arrivavo spesso all'ultimo minuto e gli altri bambini erano già nella cripta per la funzione dell'Avvento.

Le luci e la musica che scappavano dalle finestrelle basse mi segnalavano che la preghiera stava iniziando. Il giorno di Natale, alla messa delle 9.30, arrivavo in genere con il cappotto nuovo che la nonna Pina mi aveva finito durante la notte, o comunque con un paio di calzettoni nuovi, o di guanti e cuffia da inaugurare.











Passare da San Teodoro ancora oggi mi ricorda l'intimità delle candele nella cripta dove si stava più caldi per la messa e la posizione esatta di dove mi andavo a sedere (diversa da quella delle Messe degli altri periodi dell'anno, quando avevo davanti le pecore che ancora oggi evocano il mio soprannome).


La mattina di Natale, prima della Messa, c'era il bagno e prima ancora - di buon mattino - la "finta" della sorpresa per i regali portati da Gesù Bambino (come capita a tutti i bambini, attorno ai 6-7 anni qualche amica dispettosa si era divertita a smontare il sogno, svelando la vera provenienza dei doni dal bagagliaio delle auto dei genitori e, a quei tempi, dalle borse nascoste per tempo negli armadi di casa).

Eppure era - e resta - sempre una gran sorpresa, perché anche se per tutti gli anni successivi mi son assunta il compito di "rinnovare" l'emozione preparando direttamente l'ambiente la sera della Vigilia - mi piace scoprire che "qualcuno" è passato dopo di me e ha aggiunto qualche piccola cosa (meglio se per me!)

Non ho foto di quei momenti. Allora solo lo zio Sergio aveva la macchina fotografica, e addirittura la cinepresa: ma quei momenti intimi tutti dedicati alla nostra famiglia erano "solo nostri". L'unica immagine che collego alla sera della Vigilia (per il richiamo angiolesco della situazione) è questa, di Giancarlo piccino con una buffissima camicia da notte della zia Alida.



Forse stava telefonando per sapere a che ora sarebbe arrivato GESÚ BAMBINO e poter preparare per tempo la CIOTOLINA con il latte tiepido per Lui e la CAROTINA per l'asinello (che la mattina dopo avremmo trovato puntualmente sgranocchiata con le dovute gocce di latte rimaste ancora sul pavimento insieme alla ciotola vuota).

E il rito delle SCARPE lucidate? A casa le pulivamo a turno io e i miei fratelli, ma mi pare che la sera di Natale ognuno si preoccupasse ben volentieri di lustrare le proprie per andarle a collocare il più in vista possibile in salotto ai piedi del divano, delle poltrone e dello specchio. Era il "segnaposto" inequivoco per indicare dove avrebbero dovuto essere appoggiati i regali che ti a-spettavano.

La mattina ovviamente ero la prima a svegliarmi all'alba (con gran disappunto di tutti gli altri della famiglia - più grandi - che conoscevano il copione e avrebbero solo voluto dormire ancora). Una rapidissima occhiata di nascosto ai vetri smerigliati del salotto (proibito entrare da soli!) e la meraviglia di vederlo tutto colorato di arancione, con un profumo di mandarini che passava da sotto la porta!!!

Era allora che cominciava il tormentone della sveglia a tutta la casa per accelerare il momento magico della scoperta, che andava fatta rigorosamente prima del bagno, della colazione e della Messa, anche perché ci si rivestiva per l'occasione con le nuove calze, magliette, mutande, camicie, cravatte e scarpe (quando andava di lusso).

Non ricordo bene se ognuno si fiondava nel proprio "angolo": non mi pare. Mi piace ricordare che tutti prima facevano il giro della stanza per guardare la scenografia preparata per tutti: le scatole impacchettate e infiocchettate piccole e grandi, il pacchetto morbido che nascondeva sicuro un maglioncino o una sciarpa, i mandarini a mucchietti sparsi, insieme alle noci, alle confezioni di datteri e fichi secchi, a qualche filo argentato e al tocco geniale di chi aveva predisposto la situazione.

Che bello poter aprire un pacchetto e condividerne lo stupore e la gioia con gli altri, che fanno la stessa cosa ma tenendo gli occhi aperti su ognuno di noi! che bello "tenerci dentro" questi momenti!!



BUON NATALE
insieme





sabato 7 dicembre 2013

PENSIERO ad alta voce PER I LETTORI


Il confine tra racconto, diario, post, blog, pensieri ad alta voce, lettere a un amico ... è davvero labile. 

Ho iniziato questo blog per raccontare ai miei nipoti (e con loro ai giovani quarantenni e ai bambini di ogni età) quello che ho scoperto, visto, fatto, letto, sperimentato, ascoltato, assaggiato, annusato nella mia variegata esperienza con le persone di ogni età, nei luoghi dove ho vissuto, dove ho lavorato, dove ho gioito, dove ho sofferto, dove ho imparato.

Perché "temo" una società che rischia di dimenticare il nostro essere "persone" fatte di mente-mani-cuore. Perché "desidero visceralmente"  quello che ho scritto un paio di anni fa:


Sogno un bambino - una bambina
che senta la vostra e la nostra
felicità nell'accoglierlo;

che guardi la vita con stupore
che sappia dire grazie
e aiutarci a rallentare i tempi
per scoprire il mondo come 
lo scopre lei, o lui.

Sogno un bambino - una bambina
che sappia ancora giocare,
che ami le filastrocche,
che prima o poi si incuriosisca
tenendo in mano una penna
e un pennino.

Che trovi dei grandi che sappiano
essere grandi e lo aiutino - la aiutino
a essere bambino - bambina
sentendosi in diritto di esserlo;
sapendo di poter avere paura
perchè qualcuno sa rassicurare;
sentendo di poter crescere
perchè qualcuno lascia che succeda.

Sogno un bambino - una bambina
che ami la musica, il teatro,
il cibo, i libri, l'arte;
la medicina, il cinema, i fiori,
i prati e le montagne,
la poesia e il mare.

Pavia, Napoli, la Sicilia
e anche Sesto San Giovanni
e il mondo intero.

Che sia felice
e che viva davvero,
intensamente.

Zia Popa


Mi scuso quindi per il taglio a volte un po' troppo intimistico e confidenziale, che dà per scontata più di una informazione. Cerco di riparare con una "legenda" rigorosamente autobiografica e intenzionalmente "non casuale" : i nomi insomma sono tutti veri!


  • Nonna Pina è mia madre (figlia della nonna Maria e del nonno Nino)
  • Nonno Aurelio mio padre (figlio della nonna Ida e del nonno Carlo)


Sono l'ultima di 4 fratelli:

  • Alida è mia sorella (o meglio la mia Slole, come la chiamavo quando ero piccola)
  • Gabriele e Chico i miei fratelli (quelli che mi facevano i dispetti approfittando delle mie paure)
  • Zia Tuci, la zia che mi ha "adottato" per anni, tutte le volte che mamma e papà erano impegnati
  • Zia Dede, la zia che ha vissuto una ventina d'anni con noi dopo essersene sciroppati una trentina in ospedale psichiatrico (allora non andavano troppo per il sottile)

... ... ...

I miei nipoti Giancarlo, Michele, Marcello, Maura, Ivana, Silvia (rigorosamente in ordine di nascita!) e i nipotini/nipotine già nati Simone, Rebecca, Leonardo, Francesca e Francesco (oltre a quelli che nasceranno) sono quelli a cui dedico questo blog...

Cercando con questo di sopperire alla mia lunga "trasferta" toscana lontano dalla famiglia d'origine ... e augurandomi da adesso in poi una frequentazione "reale"  oltreché virtuale, perché le occasioni mancate non ce le restituisce nessuno!

La ZIA POPA sono ovviamente io.
_________________________
N.B.
GRAZIE (tutto alto) a Paolo, mio compagno di viaggio, di vita e di lavoro, che mi ha "provocato" questa riflessione all'inizio di un nuovo corso di vita.

domenica 15 settembre 2013

C'ERA UNA VOLTA ... nella SOCIETA' del FARE


"Una dolce aria primaverile faceva crescere a occhiate il grano nel podere di Farneta, e rivestiva di fiori gli alberi e i prati. Le speranze nella raccolta erano grandissime, e i Marcucci lavoravano instancabilmente per aiutare l'opera benefica della natura. Essi avevano già seminato i fagioli, le zucche, i piselli e le fave, e avevan tolto dai solchi del grano tutte le erbacce, affinché quello crescesse rigoglioso e desse spighe più granite.

Le donne, e la Vezzosa specialmente, trapiantavano le insalate, i cavoli, le erbe aromatiche, e facevano nascere i bachi da seta, ora che i gelsi mettevan le foglie, e non sarebbe mancato ai preziosi produttori della seta il loro naturale alimento.

Tutti erano in faccende: gli uomini non tornavano a desinare a casa altro che la domenica, perché c'era anche da legar le viti sui pioppi, e ogni pianta aveva bisogno dell'opera del contadino.

La massaia non aveva braccia abbastanza per preparare da mangiare per tutti e pensare ai suoi figlioli; le altre dovevano fare il bucato, il pane, e rassettare vestiti e biancheria. Anche i bimbi lavoravano: chi portava via i sassi dai fossi e dai campi, chi conduceva i maiali a pascolare nel bosco, chi faceva l'erba per le bestie e accompagnava i viaggiatori col trapelo fino al pian dell'Antenne, sotto Camaldoli."


La Zia Popa, in versione "nonna Regina",  legge "Le Novelle della Nonna" di Emma Perodi






venerdì 22 febbraio 2013

1936 - NONNO IN GUERRA


Come posso resistere alla tentazione di farvi conoscere il nonno Aurelio in versione "guerriera"? Qui aveva quasi 25 anni e - dal suo viso attento e dolce, decisamente BELLO - mi pare che di voglia di combattere ne avesse pochina. Di sicuro tutti quelli che lo hanno conosciuto si ricordano della sua arguzia e della sua mitezza. Visto che lo avevano mandato laggiù per "UN POSTO AL SOLE", si era premunito di un buon  casco coloniale!

Lo zio Chico mi ha detto poco fa che ad onor suo la sua guerra è stata come cuoco alla mensa ufficiali....a cuocere tra l'altro caproni lessi maleodoranti.... che diceva tenevano lontano il "nemico" con l'odore...

Ecco cosa ha scritto il nonno dietro la foto, arrivata chissà quando a Pavia:





CORRIERE DELLA SERA
Edizione del mattino
Mercoledi 6 maggio 1936 - A XIV
(Fonte: Corriere della Sera, Un secolo in prima pagina, 1996)




domenica 6 gennaio 2013

LA BEFANA DEI FERROVIERI


Questo invece è dedicato a nonno Aurelio
che faceva il ferroviere: 

per la Befana mi portava in via Rezia
in un grande locale dove facevano le feste della Ferrovia
 e mi regalavano un pacchetto di biscotti.

Nel mio album ho la foto col cappottino blu e il pacco di biscotti in mano.

Ecco cosa è scappato fuori dalle scatole nascoste all'Ospitale!

LAVANDERINA

Dedicata a Nonna Pina e a Zia Dede, che oggi avrebbero compiuto 99 e 95 anni!

La bella lavanderina
che lava i fazzoletti
per i poveretti
della città.

Fai un salto
fanne una altro
fai una giravolta
falla un'altra volta

guarda in su
guarda in giù
dai un bacio a chi vuoi tu!

E la Dede se ne intendeva di salti e giravolte!


questa foto invece è la piccola Rebe
che gioca ai travestimenti in baita e mi ricorda la nonna a Malesco
e - visto che oggi è il 6 gennaio - anche una piccola elegante befanina

domenica 30 dicembre 2012

MIMINO


Mimino ha 100 anni, credo... Lo abbiamo visto tutti noi nella casa di zio Ulisse e di zia Gina, quando lo mettevano sul tavolo e cominciava a camminare. Poi - arrivato al bordo - si fermava all'improvviso e non cadeva mai! Aveva i pantaloncini corti da tirolese. E' rimasto un po' in mutande... ma è sempre lui! e ora è a nella casa del nipote più piccolo.

Lunga vita a Mimino!

MENTE APERTA all'ARIA APERTA








Ho cominciato a 11 anni: ero magrettina, anemica, non mi piaceva la carne. A scuola la mia insegnante di matematica mi obbligava a farle vedere tutti i giorni il diario in cui i miei dovevano scrivere se il giorno prima avevo mangiato a sufficienza. Era il 1966 e mio fratello e mia cognata, tra i primissimi diplomati ISEF, avviavano in città la prima attività di ginnastica per i bambini: era la soluzione per farmi venire appetito (cosa che ha funzionato assai bene e mi è durata per tutta la vita, anche ora che ne avrei meno bisogno!).




Ricordo con molto piacere il rituale della tuta e della maglietta della squadra, i giochi di riscaldamento tutti insieme, il ritmo della lezione, l’entusiasmo di Anna che ci insegnava e sosteneva, le chiacchiere in spogliatoio, i bambini più piccoli che via via si inserivano, il gusto di percepire capacità che si sviluppavano e il piacere di sentire il mio corpo più forte e resistente.



Un paio di anni dopo, quando ci allenavamo per le prime campestri correndo il tardo pomeriggio nei viali del Lungo Ticino, ricordo piacere e fatica e il potere del gruppo che vinceva la pigrizia individuale; e poi la sensazione di benessere nell’arrivare in fondo, la soddisfazione di riuscire a fare percorsi sempre più lunghi sentendo di avere fiato e resistenza. Il piacere di correre anche nella nebbia e di vedere le luci della sera sul Ticino e sul ponte.

E’ stato tutto bello e piacevole fino ai 14 anni, quando ancora avevo tempo di andare in bicicletta fino al Campo CONI dall’altro lato della città un paio di volte la settimana, con qualche gara il sabato o la domenica e solo in certi periodi. E’ stato orribile durante il ginnasio, quando si doveva con ansia ritagliare due-tre ore al giorno almeno 3-4 volte la settimana per “rimanere nel giro”, quando si contava solo se “facevi i tempi” e quando si stava a saltare finchè avevi superato il record precedente. Ricordo l’ansia di prestazione, i lividi sulle gambe contro l’asticella del salto in alto e le botte sulla schiena quando si provava il Fosbury. Delle gare di quel periodo ricordo solo il patema d’animo.

Ho smesso.

Dai 15 ai 33 anni credo di non aver mai più messo una tuta. Ciò che mi resta in mente di quel periodo sono delle lunghe camminate in montagna qualche volta d’estate: per il resto, vita da ufficio, riunioni su riunioni, infiniti spostamenti in macchina, in autobus e in treno.









Ho ricominciato a muovermi quando ho scoperto il mondo dei cavalli: quello vero, in una grande vallata dove 60 argentini di tutti i colori, a dir la verità resi piuttosto omogenei dal comune strato di polvere e terra sui mantelli, se ne stavano a pascolare alzando ogni tanto la testa per guardare noi appoggiati alle staccionate, che stavamo a fissarli meravigliati dalla loro potenza e dalla loro bellezza. Mi sono ri-mossa per scendere nei campi a prenderli, per spostarli da un campo all’altro, per inseguirli in salita col secchio del mangiare quando ancora non avevo imparato che sarebbe stato meglio stare fermi ad aspettare che si avvicinassero da soli. Ma questo è un altro capitolo...


Ripensando alla mia inappetenza e alla obesità dei nostri ragazzini del 2000, con i danni fisici materiali e sociali che ne conseguono, credo che l’emergenza sport sia molto più forte oggi di allora. Con l’aggravante che per un bambino-ciccione muoversi tra gli altri, magari in una squadra, è ancora più frustrante e imbarazzante: è per questo che le squadre, di qualsiasi sport si tratti, sono fatte da ragazzini “atletici” mentre i bambini-ciccioni stanno sempre di più a ingrassare alla televisione con la merendina in mano.
Se poi pensiamo al vecchio detto “mens sana in corpore sano”, non aveva poi tutti i torti la mia insegnante di matematica, che vedendomi a volte stanca e distratta si preoccupava della mia alimentazione (che, purtroppo per me, a quei tempi si traduceva nella odiatissima bistecca!).
Quanto abbiamo staccato la testa dal corpo in questi quarant’anni, nonostante gli studi sempre più accurati sulla strettissima relazione tra movimento, sviluppo cerebrale e capacità di provare e gestire le emozioni? In base ad uno studio dell’UNESCO, negli USA il movimento dei bambini dal 3° al 17° anno di vita diminuisce del 75%; nella stessa proporzione diminuiscono anche i rendimenti scolastici e aumentano le difficoltà di apprendimento. 


Quanto, per correre ai ripari, stiamo condizionando vita e orari di tutta la famiglia per arrivare in tempo in modo nevrotico all’ora di danza, calcio, tennis, allenamento, partita, gara, piscina, palestra? Il tutto rigorosamente al chiuso di un impianto sportivo, tra il puzzo di sudore e l’effluvio dei deodoranti all’ultima moda?

La cultura dell’infanzia passa ormai per gli spazi-gioco dei centri commerciali, in cui gonfiabili e “pallestre” (le piscine di palline colorate malamente scopiazzate dalla geniale originale Pallestra della Favelliana) non sono proprio il massimo in termini di educazione al corpo e allo sport. Vediamo un sempre maggior numero di ragazzini incapaci di tenere in mano come si deve una penna o una forchetta, incapaci di reggere mezz’ora seduti a tavola e a scuola, incapaci di tenere l’attenzione per più di cinque minuti, incapaci di apparecchiare e sparecchiare, incapaci di litigare con i compagni con una sana scazzottata.

Sono convinta che sia urgente "rieducare" al gioco e al movimento, tenere sveglia l'attenzione, migliorare coordinamento corporeo e motricità fine e potenziare le abilità scolastiche compromesse da cultura e abitudini che non prevedono più le capriole nei prati, i salti delle staccionate, le arrampicate sugli alberi e la capacità di usare occhi orecchie naso e pelle per cavarsela.


Vorrei che i miei nipoti
...
continuassero a godere
nel sapersi arrotolare gli spaghetti sulla forchetta!