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mercoledì 31 dicembre 2014

IL VENTO DEL MONDO RICREATO


Ho appena ricevuto questo messaggio di auguri dallo zio Chico: una delle riflessioni che da diversi anni, ogni fine anno, è solito scrivere. Mi piacerebbe farne una raccolta, e pubblicarle per rileggere con calma le sue note a volte pungenti, ma con un fondo di fiducia e speranza e con l'ironia sottile che mi ricorda il nonno Aurelio... Intanto, condivido questa, in una nevosa serata di fine anno, con i colori luminosi della vetrage di Padre Costantino Ruggeri.

Il Vento del Mondo Ricreato - padre Costantino Ruggeri

Pensieri in libertà,
come molecole leggerissime di Elio liberate dalla compressione,
in disordinata fuga dai limiti di spazio e di tempo, spesso anche dai limiti della logica comune...
 
e ora... -liberamente parafrasando poeti del XX°sec.-
viene la notte, e cambia ogni cosa. La Morte e la Vita non cambiano mai...
...il mondo, non si è fermato mai un momento, la notte segue sempre il giorno, ed il giorno verrà...
la Morte e la Vita non cambiano mai... 

Noi, briciole di microcosmo, assecondiamo i macro-bioritmi
senza averne coscienza,
solo attenti allo scendere e risalire dei piccoli gradini che incontriamo nel nostro piccolo quotidiano.
Ma... la Morte e la Vita non cambiano mai... 
la notte segue sempre il giorno, ed il giorno verrà... 

L’incertezza del macro-divenire
diventa motivo e coscienza di grande speranza e fiducia nel futuro.
A dispetto di chi ha assolute certezze nel micro-quotidiano... 

Mi convince a fedeltà verso l’intima modalità dell’ESSERE,
fedele alle mie convinzioni al di sopra di qualunque necessità dell’AVERE.
Fedele come il cane che ti dedica tutta la vita, dalla nascita alla morte.
Fedele come un ateo che cerca la Fede, fedele come il Dio dell’Alleanza.

Alla notte segue sempre il giorno,
ed il giorno verrà...

 
È la riflessione-augurio per il futuro del nostro micro-tempo quotidiano
che ci troveremo anche quest’anno a scalare

 
enrico casali, dicembre 2014

lunedì 29 dicembre 2014

I BISCOTTI SONO BISCOTTI

Il profumo che oggi inebria la casa - e il sapore che sento in bocca ancora prima di assaggiarli - mi riporta a più di 50 anni fa, quando Puccia Motta (alias Mariuccia) arrivava il lunedì con un sacchetto di carta pieno di ciambelle e biscotti per tutti.




Puccia Motta è nella nostra famiglia da sempre: veniva da ragazzina a imparare da Nonna Pina l'arte del far la sarta e aveva imparato davvero bene, perchè la nonna diceva con orgoglio che era la sua "première"!

Puccia Motta (come la chiamo io) mi ha visto nascere, nel vero senso della parola, e prima che io nascessi era in tutte le foto di famiglia e nelle foto di gruppo delle gite e delle vacanze.

La sua mamma (la nonna Virginia) era piccola e cicciotta, sempre sorridente: anzi di più! rideva proprio con gusto, quando Puccia Motta  mi portava la sera a casa sua a dormire, a Porana. Dalla porta di legno che dava sull'aia, si apriva la cucina con un grande tavolo dove la nonna Virginia era sempre a far da mangiare e a fianco c'era una scala che a me (di 3-4 anni) sembrava ripida e lunghissima e portava alle camere al piano di sopra. Ricordo il cigolio del legno quando si andava a nanna.

La domenica faceva dei biscotti speciali, di quelli che se ne poteva mangiare solo uno o due, perché "erano sostanziosi" si diceva in casa.

Ho voluto recuperare da Mariuccia la ricetta originale e - in effetti - non è delle più indicate oggi per chi volesse rispettare qualche buona norma alimentare... ma il risultato è assolutamente garantito! Anche per me che non ho mai fatto biscotti in vita mia.



500 gr di farina (sicuramente allora non si usava quella raffinata: anch'io li ho fatti con metà 0 e metà 2); 1 bustina di lievito per dolci (o cremortartaro, meglio ancora); 3 uova intere (una vola dell'aia, ora almeno biologiche!); 250 gr di zucchero (io ormai uso quello di canna); 250 gr di burro (quando ce vo', ce vo'), che si mette a pezzi, a temperatura ambiente e a poco a poco si scioglie mentre si fa l'impasto; un pizzico di sale, un cucchiaio d'olio, un bicchierino di rum (oggi ci ho messo il Vin Santo di famiglia!).






Una volta preparato il "barlòc", lo si lascia riposare in una zuppiera per una mezz'oretta coperto da un tovagliolo, e poi si preparano le "biscie" per fare le ciambelle o i biscotti lunghi. Mezz'ora in forno a 180° - 200° gradi (dipende dal forno) e ... resistere alla tentazione di farli fuori prima, durante e dopo la cottura!






E a chi suggerisce di diminuire il burro o mettere meno zucchero... suggerisco di cambiare ricetta:
i biscotti - per le mie papille - sono solo questi!

QUESTA E' LA FESTA

sabato 19 aprile 2014

EMIGRATI DA NOI STESSI


Bella faccia, bel sorriso. Di quelli che ti illuminano il cuore e che avremmo bisogno di trovare più spesso nel grigiore delle nostre strade, coi musi lunghi delle persone che vanno di fretta e la sequela di lamentele ad ogni pie' sospinto.


Giorni di Pasqua, giorni di Passione, di Fratellanza, di Speranza. Leggo sul giornale che il Giovedì Santo, per la cerimonia della lavanda dei piedi, il Vescovo ha deciso di inginocchiarsi davanti a 6 profughi, tra i pochissimi sopravvissuti alla traversata del Mediterraneo che continua impietosamente ad inghiottirne.

Sarà retorica, sarà opportunismo, sarà l'esempio del nuovo Papa, sarà che pochi mesi fa il sorriso di Mamadou (a noi è piaciuto chiamarlo così) ci ha fatto desiderare di trovarne altri a rischiararci le giornate... Fatto sta che la notizia mi ha fatto particolarmente piacere, così come mi ha visceralmente irritato leggere gli insulti e le considerazioni grette ed ignoranti dei miei concittadini a commento dell'articolo di cronaca locale.

Guarda caso, proprio ieri mi ero letta tutto d'un fiato uno di quei libretti venduti per le strade, che ogni tanto ci capita di comprare più per "sentirci buoni" che altro, sempre con la sensazione di "fare un favore a quel disgraziato" e con la soddisfazione di poter dire in tutta sincerità un bel "già dato" agli altri numerosi questuanti.

Non sapevo (almeno fino a ieri) chi fosse Bay Mademba; non so se il suo "Viaggio della speranza: dal Senegal all'Italia in cerca di fortuna" sia o meno un concentrato di luoghi comuni scritto ad hoc per mitigare il clima di intolleranza in cui viviamo.
So che oggi ho qualche informazione in più, che mi ha fatto drizzare le orecchie al servizio televisivo sul mercato industriale del pesce che ha "razziato" i mari del Senegal costringendo i pescatori a mettersi in coda per emigrare.

un'immagine da www.nationalgeographic.it
Ringraziamo l'iperattività dei pescherecci stranieri, a partire da quelli europei.
Che, in un solo giorno, possono catturare tanto pesce quanto 56 piroghe locali in un anno. 

"Noi italiani siamo emigrati da noi stessi, abbiamo rinunciato alle nostre tradizioni diventando altri, ormai quasi irriconoscibili rispetto a qualche lustro fa. L'altezza media nazionale è enormemente aumentata, i piedi si sono allungati, anche gli uomini si tingono i capelli, le donne si rifanno la bocca e il naso, tutti parlano con un linguaggio impoverito e stereotipato. Non ci sono più né vecchi né giovani: in questo ballo in maschera della società del benessere abbiamo perso l'identità e tutti siamo diventati immigrati.

Ecco perché arrivano a frotte da noi uomini, donne e bambini dal terzo mondo, e nessuno li può fermare.

Non vengono solo a cercare lavoro e fortuna, non arrivano soltanto perché gli industriali li chiamano e li lusingano come le sirene nell'Odissea. Ci raggiungono per portarci in dono le cose preziose che noi abbiamo, ohimè, dimenticato: il sorriso, la voglia di parlare, il gusto di salutarsi, il piacere della compagnia, la disponibilità alla sorpresa, la mancanza di paura verso il prossimo, l'accettazione fatalistica delle difficoltà.

Gli immigrati vengono a colmare questo nostro vuoto spirituale e finché resteremo così imbrigliati in una vita materialistica, non ci saranno né leggi xenofobe né controlli polizieschi che potranno fermarli.

Fino a qualche lustro fa eravamo noi occidentali ad andare da loro per colonizzarli e renderli schiavi, depredandoli e mandando in frantumi le loro economie di sussistenza. Non lamentiamoci perciò se, dopo aver distrutto le loro comunità, adesso ce li troviamo davanti a casa".

da Il mio viaggio della speranza: dal Senegal all'Italia in cerca di fortuna di Bay Mademba
Bandecchi &Vivaldi Editori

"In Senegal siamo tutti fratelli e sorelle:
non sei un fratello di sangue, ma sei un fratello di genere umano".


Val la pena riascoltarsi - in questa Pasqua di Speranza - quel che zio Paolo ha pubblicato nel suo blog il 2 gennaio 2013.
centorete: Mio fratello che guardi il mondo...

Mio fratello che guardi il mondo
e il mondo non somiglia a te
(...) se c'è una strada sotto il mare
prima o poi ci troverà
se non c'è strada dentro il cuore degli altri
prima o poi si traccerà (...)

Ivano Fossati

Anche perché l'alternativa è supermoney.eu: Le 10 migliori frasi originali per fare gli auguri di Pasqua


Benvenuti, fratelli
in questo mondo di sciroccati!
Abbiate pazienza... e Buona Pasqua anche a voi.

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Dalla Treccani:

sciroccato agg. e s. m. (f. -a) [der. di scirocco, inteso come «stordito da un forte scirocco»], fam. – Di persona confusa, stordita, imbambolata, o che si comporta in maniera stravagante e incomprensibile; come sost.: quel tipo mi sembra proprio uno sc.; è di nuovo qui quella sciroccata!