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mercoledì 11 settembre 2019

A CHE SERVE LA PEDAGOGIA?




Oggi lo zio Paolo mi ha portato (in moto) a Barbiana, dove Don Milani ha vissuto e fatto la "sua" scuola dal 1954 al 1967.

Voi non ricordate probabilmente chi fosse, ma la zia Alida ne ha fatto il suo riferimento quando insegnava alle medie in uno dei quartieri più poveri di Pavia e io ne ho fatto la base della mia tesi.

E poi Lettera a una professoressa (scritto interamente dai suoi allievi e pubblicato nel maggio 1967, un mese prima della sua scomparsa) è stato - ed è tutt'ora - il manifesto della "vera scuola" dalle rivoluzioni degli studenti del '68 in poi.

Virgulti d'olivo, davanti alla Scuola di Barbiana
Oggi, davanti alla pergola sotto cui faceva scuola 365 giorni all'anno dalle 8 di mattina alle sette e mezzo di sera (366 negli anni bisestili), dal "pedano" di un vecchio olivo sono sbocciati nuovi promettenti virgulti: l'ambiente, lasciato inalterato povero ed essenziale come allora, trasuda conoscenza, passione, amore per la cultura di cui Don Lorenzo voleva si impadronissero i ragazzi di montagna tagliati fuori dalla scuola.

MENTE APERTA ALL'ARIA APERTA, come la chiamo io!




Ma che ci fa quella piscina, stretta e lunga? lui non era certo in agriturismo! Ce lo avevano mandato "in punizione". Nelle sue Lettere alla mamma una nota dice: "C'è una chiesa del Trecento, una canonica e qualche casa sparsa nei boschi. Mancava allora l'acqua, la corrente elettrica, la strada, il servizio postale".  Il fatto è che in mezzo a quella situazione lui aveva voluto costruire quella vasca con i suoi ragazzi, perchè imparassero a nuotare e non affogare nei fossi.


E LA PEDAGOGIA, in tutto questo?
La pedagogia così com'è io la leverei. Ma non ne sono sicuro. Forse se ne faceste di più si scoprirebbe che ha qualcosa da dirci.
Poi forse si scoprirà che ha da dirci una cosa sola. Che i ragazzi son tutti diversi, son diversi i momenti storici e ogni momento dello stesso ragazzo, son diversi i paesi, gli ambienti, le famiglie.
Allora di tutto il libro basterebbe una paginetta che dicesse questo e il resto si potrebbe buttar via.
A Barbiana non passava giorno che non s'entrasse in problemi pedagogici. Ma non con questo nome. Per noi avevano sempre il nome preciso di un ragazzo. Caso per caso, ora per ora.
Io non ci credo che esista un trattato scritto da un signore con dentro qualcosa su Gianni che non si sa noi.
(tratto da Lettera a una professoressa, pp. 119-120)

Ecco perchè ho deciso di ... fare la pedagogista!

giovedì 27 aprile 2017

GIOCARE SANO, di più e di più!




Una piazza, un po' di sole, un tavolino, un mazzo di carte...
e 17 persone attorno a discutere di due di quadri e asso di cuori
con la ola di incoraggiamento e battute una dietro l'altra,
"seri come cartelli" si direbbe da queste parti...













Un bosco, tre "pine" e le mani che le fan volare, col sorriso.








Dieci persone, grandi, a fare un corso in un prato:
la capacità di stare al gioco e di mettersi in gioco.

Serve altro?

A me oggi basta così.

venerdì 22 maggio 2015

SALVIAMO IL CORSIVO!






Questo post nasce da quegli strani (o fin troppo logici?) casi della vita che ti portano quasi magicamente a trovare un filo conduttore in quello che stai facendo. Un po' come dire: Mister Google ti fa comparire sulla tua schermata di Facebook per quindici giorni una fila di lavatrici, proprio nel momento in cui la tua si è rotta e tu ne parli con un'amica in un messaggio privato.

Mi ha sempre affascinato il mondo dell'antico Egitto (in prima media mi ero comprata un libro che avevo letto e riletto per farci una ricerca e ho ancora nascosto da qualche parte!), e proprio un paio di giorni fa - immersa tra le mummie e i reperti del bel Museo Egizio di Milano - sono stata attratta da un paio di schede descrittive sulla figura dello Scriba e sull'uso della scrittura (mio interesse particolare soprattutto in questi ultimi anni in cui la scrittura a mano sembra essere merce rara).





"... Si diventava Scriba imparando a leggere e a scrivere sin da bambini. Gli scolari iniziavano apprendendo lo IERATICO, la scrittura CORSIVA utilizzata soprattutto per documenti su papiro, che consentiva di accedere ai livelli più bassi della carriera amministrativa. Le lezioni prevedevano sia la dettatura da parte del maestro di testi letterari, copiati dagli allievi su frammenti di calcare e cocci (ostraca), sia la risoluzione di problemi di geometria e l'apprendimento dei formulari per redigere i documenti amministrativi. Un livello ulteriore era rappresentato dalla conoscenza del GEROGLIFICO, utilizzato come scrittura monumentale".













Ieri sera, studiando un articolo assai interessante sulle NOSTRE STRAORDINARIE MANI, di Carla Hannaford, la neurobiologa che da sempre fa ricerca sul rapporto tra il movimento e l'apprendimento, e sostiene Brain Gym® come una delle tecniche più efficaci per lo sviluppo del nostro sistema mente-mani-cuore, guardate un po' cosa leggo?


"Nel corso della storia, gli esseri umani hanno sentito l'esigenza innata di aumentare l'efficienza della loro comunicazione. I geroglifici egiziani erano un magnifico sistema di scrittura, ma richiedevano molto tempo ed erano riservati alle iscrizioni su metallo e pietra.
Nella scrittura su papiro, gli egiziani utilizzavano la scrittura ieratica in corsivo, un sistema di lettere collegate che consentiva alla mano dello scriba di fluire liberamente.

Il corsivo è sempre esistito, in tutte le epoche e in tutto il mondo. 

Praticamente ogni civiltà che sia riuscita a sviluppare un sistema di comunicazione scritta, ha formulato una versione rapida di scrittura che collega le varie lettere. Per secoli, le persone più colte, abbienti e raffinate si sono distinte dagli altri per la loro capacità di scrivere in modo fluido belle lettere (caratteri)". 



dal Metodo Esemplare Calligrafico prof. Giuseppe Càpretz, primi del Novecento




E ancora:


"Le scuole Waldorf in Europa hanno iniziato a introdurre la scrittura in corsivo intorno ai 6-7 anni di età, vale a dire prima che le ossa del carpo della mano si siano sviluppate a sufficienza per poter compiere i movimenti fini richiesti dalla scrittura in stampatello". 


  • Gli elettroencefalogrammi mostrano che soltanto l'emisfero sinistro è attivo quando una persona scrive in stampatello mentre tutto il cervello è attivo quando una persona scrive in corsivo". 
  • La scrittura a mano in corsivo, più della scrittura in stampatello o a macchina (digitazione su tastiera) stimola l'intelligenza e il fluire della lingua. Un’attività di scrittura fluida o fluente fa sì che non interrompiamo o tronchiamo i nostri pensieri. 

  • Gli studi di imaging a risonanza magnetica condotti presso la Indiana e Vanderbilt University hanno rilevato una maggiore attività cerebrale durante la scrittura a mano in corsivo rispetto alla scrittura su tastiera. 
  • Vi è qualcosa di magico nel modo in cui una penna poggia sulla mano e si muove sulla carta, quasi fosse un flusso meditativo che scaturisce da un'unità motoria e sensoriale. Anche il testo risulta in qualche modo più completo, intimo o profondo oltre che più creativo. 

sul retro della fotografia mandata da nonno Aurelio dal fronte orientale



Abbiamo ancora qualche dubbio??


Il Blog della Zia Popa: PENNA E PENNINO: 13 dicembre, Santa Lucia! Sui banchi di scuola c'era sempre un regalo, che segnava una tappa del nostro imparare: il quade...




sabato 13 dicembre 2014

PENNA E PENNINO







13 dicembre, Santa Lucia!

Sui banchi di scuola c'era sempre un regalo, che segnava una tappa del nostro imparare: il quaderno con le righe sempre più piccole, di anno in anno; la penna col pennino, a sostituire la matita e il temperino; il calamaio nuovo; gli album "Roselline", quelli con i disegni su foglio quadrettato e le greche, e poi quelli più difficili, con i disegni su foglio bianco.

La penna stilografica arrivava come regalo per la comunione o la cresima (allora si facevano in seconda elementare), ma si usava soprattutto a casa, perché era impegnativa e costava troppo! A me ne avevano regalata una piccola, di madreperla, che mi è caduta dall'astuccio mentre tornavo da scuola con le amiche: ero sul Lungo Ticino, ricordo esattamente dove, perché alcuni bambini dietro a noi mi hanno chiamato per dirmi che avevo perso qualcosa, ma credevo ci prendessero in giro e non mi sono fermata!  Arrivata a casa mi sono accorta di non averla più e sono corsa fuori a cercarla... ma era troppo tardi. Ne ho avute altre, ma il piacere di scrivere a mano è sempre stato collegato alla penna col pennino e poi alla stilografica di madreperla.





In quarta o in quinta probabilmente è arrivata la biro, con tutti i suoi vantaggi... ma ancora adesso percepisco la differenza tra questi pezzetti di plastica e la varietà di sensazioni che sentivo allora nelle dita: il peso diverso della cannuccia di legno; lo spessore del pennino più o meno di qualità; l'inchiostro fluido quando era nuovo; il pennino che si rompeva sul fondo del calamaio quando intingevamo con un gesto troppo forte; la carta del quaderno che ogni tanto faceva un buco quando l'inchiostro era troppo.

Certo: ci voleva attenzione, e calma, e precisione nelle dita, e fluidità nel polso, e la schiena ben dritta, le mani morbide... per mettere in fila le lettere e le parole una dopo l'altra e per "trovarci gusto" nel rileggere.

D'altra parte, a cosa sarebbe servita la scuola, se non ci avesse insegnato queste cose?

Ancora oggi mi emoziona rivedere quello che scrivevo a 7 anni: continuo a sorridere del contenuto dettato dalla maestra, ma risento dentro ogni volta la soddisfazione di "averlo fatto io, lettera dopo lettera", in modo così preciso, rotondo e bello.



... e continuo a pensare che forse avevano ragione i vecchi a diffidare della penna biro e a ritenere

"che proprio questa fluidità fosse una delle cause del sospetto delle maestre: una scrittura troppo “facile” non impegnava il bambino a formare le lettere lentamente e una per volta e induceva a  scarabocchiare più che a scrivere."

In ogni caso, continuiamo a scrivere a mano e in corsivo: fa tanto bene a tutto e a tutti!

venerdì 31 gennaio 2014

LABORATORIO

Ieri sera mi sono addormentata con una serie di immagini e parole nella testa.

Prima di cena - rientrando da una girata sotto la neve in una Pavia infreddolita e magica - la prima cosa che ho notato nel buio della casa è stata la luce bianca del giardino davanti che entrava prepotente dal finestrone.

Normalmente di questa stagione chiudiamo le persiane appena fatto buio per evitare di disperdere il calore (piccolo accorgimento che per pigrizia pochissime persone adottano). Ma ieri sera, chiuse tutte le altre finestre, questo clima lunare dovevamo godercelo fino in fondo!

Poi ho trovato lo scatto che zio Paolo ha fatto ieri mattina, all'inizio della nevicata:

uno scatto geniale di Paolo Salvi (zio Paolo, insomma)

Ve lo regalo volentieri perché in un attimo mi ha fatto venire in mente un sacco di associazioni di idee:


  1. Come fanno le persone a vivere e lavorare senza guardar mai fuori dalla finestra? Lo sapete che oggi nelle aziende si lavora giornate intere in spazi senza finestre? e si fa formazione nei seminterrati? Lo sapete che in tutti i grandi alberghi che ospitano convegni e seminari (quando si dovrebbe stare più sereni per essere meglio concentrati) le sale sono rigorosamente con luce al neon e aria forzata?
  2. Come fanno i bambini curiosi a dare credibilità a un insegnante che considera più importante quello che sta spiegando, rispetto al miliardo di cose che potrebbe scoprire e condividere con la classe solo guardando insieme questo scorcio? Lo sapete, vero, che se un bambino guarda fuori mentre nevica o mentre cade una foglia o perché compare la prima rondine... accumula una serie di punti a suo sfavore, finendo presto nella lista dei bambini distratti e incapaci di concentrarsi da segnalare in consiglio di classe?
  3. il laboratorio della nonna Pina, la vera Bottega dell'Apprendista, quello che era l'ambiente ideale per i miei giochi e per le mie prime scoperte e ritrovo serale per la Guerra degli Spilli, era un continuo "fare" e osservare e imparare e chiacchierare di quel che succedeva dentro e fuori. Le mani andavano veloci ed esperte e gli occhi si muovevano rapidi tra la stoffa da tagliare, il modello da realizzare e un'occhiata al lavoro di tutte. Nella massima concentrazione, con risultati eccellenti.
  4. Questo specchio è un pezzo delle vecchie toilette che si usavano nelle case contadine fino a qualche decennio fa: io me le ricordo davvero nelle case delle "ragazze" che lavoravano dalla nonna Pina, che da piccola mi portavano la sera qualche volta a casa loro. Sotto, la cucina con il camino e la mamma di Mariuccia (Puccia Motta come la chiamo ancora io!) con le sue ciambelle da urlo che profumavano tutta la casa e salivano le scale che portavano alla camere dal pavimento di legno scricchiolante. La mia memoria "sensoriale e motoria" ha tutto impresso in modo indelebile: odori, rumori, paure, stupori, luci, ombre e movimenti.
Per anni ho avuto questi "pezzi di vita" nella mia piccola camera all'Ospitale, in Toscana, e poi alla Balzana, e poi qui a Pavia. E ora sul balcone, con una pianta, per "aprire lo sguardo" a chi è pronto a farlo.

Grazie zio Paolo, per avermelo riproposto con la tua "laboriosa" e geniale chiave di lettura!





"Il problema è avere gli occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio."  (Pier Paolo Pasolini)


domenica 15 dicembre 2013

MARIA, LA CHIAVE!!






Un altro mazzo di chiavi pronto per essere riconsegnato.
Altro giro di boa, altra vita che ricomincia.



Anche questa volta, Benigni insegna...


Un messaggio direi evangelico!

CHIEDI, e ti sarà dato. Diventa capace di CHIEDERE, con la SICUREZZA che c’è una risposta a ogni cosa. L’universo è così grande che SICURAMENTE da qualche parte c’è la risposta al tuo bisogno. Da qualche parte c’è la CHIAVE per aprire le nostre porte.

Mente, Mani, Cuore: 3 chiavi, 3 porte

per entrare in una sola casa che - vivaddio! - ci vede interi e assolutamente unici, con la possibilità di entrare e uscire per libera scelta tra un micro-cosmo e un macro-cosmo infinitamente grandi. A cui essere… INFINITAMENTE GRATI.

sabato 7 dicembre 2013

PENSIERO ad alta voce PER I LETTORI


Il confine tra racconto, diario, post, blog, pensieri ad alta voce, lettere a un amico ... è davvero labile. 

Ho iniziato questo blog per raccontare ai miei nipoti (e con loro ai giovani quarantenni e ai bambini di ogni età) quello che ho scoperto, visto, fatto, letto, sperimentato, ascoltato, assaggiato, annusato nella mia variegata esperienza con le persone di ogni età, nei luoghi dove ho vissuto, dove ho lavorato, dove ho gioito, dove ho sofferto, dove ho imparato.

Perché "temo" una società che rischia di dimenticare il nostro essere "persone" fatte di mente-mani-cuore. Perché "desidero visceralmente"  quello che ho scritto un paio di anni fa:


Sogno un bambino - una bambina
che senta la vostra e la nostra
felicità nell'accoglierlo;

che guardi la vita con stupore
che sappia dire grazie
e aiutarci a rallentare i tempi
per scoprire il mondo come 
lo scopre lei, o lui.

Sogno un bambino - una bambina
che sappia ancora giocare,
che ami le filastrocche,
che prima o poi si incuriosisca
tenendo in mano una penna
e un pennino.

Che trovi dei grandi che sappiano
essere grandi e lo aiutino - la aiutino
a essere bambino - bambina
sentendosi in diritto di esserlo;
sapendo di poter avere paura
perchè qualcuno sa rassicurare;
sentendo di poter crescere
perchè qualcuno lascia che succeda.

Sogno un bambino - una bambina
che ami la musica, il teatro,
il cibo, i libri, l'arte;
la medicina, il cinema, i fiori,
i prati e le montagne,
la poesia e il mare.

Pavia, Napoli, la Sicilia
e anche Sesto San Giovanni
e il mondo intero.

Che sia felice
e che viva davvero,
intensamente.

Zia Popa


Mi scuso quindi per il taglio a volte un po' troppo intimistico e confidenziale, che dà per scontata più di una informazione. Cerco di riparare con una "legenda" rigorosamente autobiografica e intenzionalmente "non casuale" : i nomi insomma sono tutti veri!


  • Nonna Pina è mia madre (figlia della nonna Maria e del nonno Nino)
  • Nonno Aurelio mio padre (figlio della nonna Ida e del nonno Carlo)


Sono l'ultima di 4 fratelli:

  • Alida è mia sorella (o meglio la mia Slole, come la chiamavo quando ero piccola)
  • Gabriele e Chico i miei fratelli (quelli che mi facevano i dispetti approfittando delle mie paure)
  • Zia Tuci, la zia che mi ha "adottato" per anni, tutte le volte che mamma e papà erano impegnati
  • Zia Dede, la zia che ha vissuto una ventina d'anni con noi dopo essersene sciroppati una trentina in ospedale psichiatrico (allora non andavano troppo per il sottile)

... ... ...

I miei nipoti Giancarlo, Michele, Marcello, Maura, Ivana, Silvia (rigorosamente in ordine di nascita!) e i nipotini/nipotine già nati Simone, Rebecca, Leonardo, Francesca e Francesco (oltre a quelli che nasceranno) sono quelli a cui dedico questo blog...

Cercando con questo di sopperire alla mia lunga "trasferta" toscana lontano dalla famiglia d'origine ... e augurandomi da adesso in poi una frequentazione "reale"  oltreché virtuale, perché le occasioni mancate non ce le restituisce nessuno!

La ZIA POPA sono ovviamente io.
_________________________
N.B.
GRAZIE (tutto alto) a Paolo, mio compagno di viaggio, di vita e di lavoro, che mi ha "provocato" questa riflessione all'inizio di un nuovo corso di vita.

sabato 23 novembre 2013

I VERBI e LE MANI



man che tocca
man che afferra


man che saggia
man che mostra


man che indica
man che manovra


man che regge
man che ruota


man che scopre - mano sporca

man soddisfatta
























Al Molino GRIFONI
in Casentino
Gli stessi nobili gesti dal 1696 (foto © Paolo Salvi)


sabato 16 novembre 2013

PATATE E CIPOLLE

Quando ero piccola, uno dei vezzeggiativi più usati per rivolgersi ai bambini erano Patatin e Pataton (se il bambino in questione era bel cicciotto e pure un po' imbranato). Non ho mai sopportato seguire le mode... e così ho deciso a 5 anni che la nuova cuginetta l'avrei chiamata Cipolla, o Cipollina, o Cipo.

E così l'ho chiamata per un sacco di anni.

E a proposito di patate e cipolle, ve la ricordate la ricetta della Nonna Pina della PASTA CON LE PATATE E LE CIPOLLE? La faccio spesso in autunno e in inverno e ogni volta mi riporta ai vecchi tempi. Mi sembra doveroso ricordarvela, così riassaggiate i sapori della nonna...

Un po' d'olio in padella (la stessa che si usa per il risotto), una cipolla intera a pezzettini (o due se si è in quattro), quattro o cinque patate a pezzettini, un po' di sale grosso e far rosolare tutto finché le patate si appassiscono un pochino. Poi si aggiunge la pasta corta (l'ideale sono i ditalini rigati, quelli della pasta e fagioli), esattamente come per fare il risotto: si mescola rapidamente per farla insaporire e si aggiunge poco alla volta il brodo, fino a cottura.

Se ne avete messo troppo, la mangiate col cucchiaio come minestra in brodo; se era troppo poco e la pasta è cotta, la mangiate con la forchetta: buonissima in tutti i modi!

E siccome anche l'età avanzata ha i suoi vantaggi... ho scoperto nell'ultimo anno il gusto di stare ogni tanto ai fornelli (con gran soddisfazione di Paolo che mi vede in cucina invece che alla tastiera).

Clafoutis di mele e noci e crema di carote in itinere...

Non solo: 
mi era anche venuto in mente di fare la Pasta Madre per il pane
e per qualche giorno mi sono divertita un sacco a impastare e infornare...


Più che un pane... un tacchino!

Risultati non particolarmente eccezionali...
ma un sacco di soddisfazione e una tendinite trascinata per qualche mese.

In ogni caso, non vedo l'ora di allentare un po' di obblighi lavorativi e burocratici
per ritrovare il tempo e il gusto di
METTERE LE MANI IN PASTA !





lunedì 14 ottobre 2013

PETULA LITA


C'era una volta una bambina, bionda, paffuta, riccia riccia. La chiamavano Petula Lita.
Aveva due occhi seri, attenti, ma sorridenti.
Aveva 3 anni.
Petula Lita abitava in una casa con tante stanze, e due saloni con il pavimento bianco, di marmo. E la casa aveva un balcone, con i gerani e le petunie che quando ti avvicinavi per odorarle ti si attaccavano al naso con i loro petali morbidi, un po' pelosi.

Petula Lita era piccola, e non arrivava a fiutare le petunie e neanche a guardare il viale sotto casa, e il fiume proprio di fronte: allora prendeva uno sgabello, stava ben attenta a non sporgersi troppo, come le avevano insegnato, e si appoggiava alle cassette dei fiori, appese alla ringhiera, e guardava giù, nella strada... Qualche macchina lungo il viale, Paride il barcaiolo, e qualcuno che passava sotto gli alberi che si vedevano lontani, laggiù, dal 3° piano.

Ogni tanto passava il nonno: un nonno strano, con i baffoni, forse col cappello, il gilet e l'orologio da tasca. Ma passava lontano, laggiù, camminava guardando sempre a terra, davanti a sé. Petula Lita lo chiamava: nonno, nonno! Ma forse credeva di chiamarlo, ma non lo faceva perché le avevano insegnato a non urlare. E il nonno non la vedeva, o faceva finta di non vederla: non veniva mai in casa. Chissà, forse si vergognava. Chissà dove abitava lui: da uno zio? o forse all'ospedale?

Ma un giorno... Petula Lita!! Petula Lita!!
E' il nonno!!! E' qui! E' venuto a casa, mi sta chiamando!

Tieni, l'ho portato per te.
E il nonno dà a Petula Lita una cosa piccola piccola, dorata, che sa di tabacco, come le tasche del nonno, e come i suoi baffi, e le sue mani. Petula Lita la prende con due dita, la gira e rigira: è un bauletto, piccolo piccolo, ma c'è tutto, come quello che la mamma riempie di biancheria quando si va in montagna... C'è la maniglia, sopra, che si muove... e ha le borchie dorate e tra i profili di metallo le pareti sono di pelle, rossa, profumata, un po' di pelle e un po' di tabacco. Ed è morbida: Petula Lita passa l'indice lungo i bordi di metallo e sente i loro profili, rigidi, e - sotto - la pelle morbida, liscia, che a toccarla quasi sembra si stacchi e che il dito affondi dentro. Bisogna toccarla piano, delicatamente, se no si scolla.

E c'é la serratura. Si apre davvero! e anche dentro è morbido, ma è diverso: un po' più peloso, come le petunie quando si affonda il naso. Ma è bello: il coperchio è ricurvo e toccandolo da dentro si sente - sotto la pelle - il profilo delle parti metalliche esterne.

E richiuso sta in una mano, nella tasca del grembiulino bianco dell'asilo, nel cassetto, in un angolino.

E poi è magico: Petula Lita non sa dov'è il nonno, non ha ancora capito dove abita e perché non viene mai a casa. L'hanno portata in ospedale a trovarlo, ma non aveva il pigiama. Aveva il gilet, e l'orologio da tasca, e il cappello. E non era a letto. C'erano tante altre persone, tutti uomini come lui, che giravano e parlavano da soli.
Petula Lita prende il suo bauletto, lo accarezza, passa l'indice lungo i contorni delle parti metalliche. Lei riesce perché è piccola, e col ditino sente la pelle morbida, liscia, e vede il nonno, laggiù, sul viale, che passa, e questa volta guarda in su e la cerca, ma non sale in casa.

Petula Lita cresce, diventa grande, cambia casa: forse il suo bauletto era un po' consumato e qualcuno glielo ha buttato, o forse è semplicemente rimasto nella tasca di un grembiulino.

Eccone uno, in un sacchettino: qualcuno glielo ha regalato; chissà se lo ha fatto apposta o se è solo un caso?!

Ma non è rosso, non è magico, e non sa di tabacco.

10 maggio 1989







domenica 24 febbraio 2013

MAOMETTO e LE 10 FASI



Se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto!
(me lo ha ricordato Ivana, mandandomi questo bellissimo filmato)




Che meraviglia quei "piedini nuovi" che arrancano
 e cercano di spingere e di afferrare anche loro,
come le mani che cercano affamate il Cesto dei Tesori!


Più di trenta anni fa, quando non c'era internet, facevo ai miei nipoti decine e decine di foto (che NON erano digitali e costavano un sacco per essere stampate) per fissare quei piccoli minuscoli movimenti che me li facevano veder "crescere". Alcune le ho ritrovate proprio qualche giorno fa in una vecchissima scatola e appena posso le scansiono e pubblico anche quelle (ma devo chiedere il permesso ai nipoti "soggetto"???)

Allora facevo la formazione negli Asili Nido di Cinisello Balsamo e in tanti altri nidi soprattutto del nord: ero e resto affascinata soprattutto dai primissimi mesi dei bambini, fino all'anno e mezzo, quando ancora è un mistero il loro linguaggio e tutto passa dal movimento e dalle scoperte fatte col corpo in ebollizione. 

Tanti anni dopo (ma tanti tanti) - credendo di occuparmi di tutt'altro - ho ritrovato le stesse scoperte nel modo di muoverci in mezzo a un branco di cavalli al pascolo e nel modo dei bambini autistici e di tutte le persone che il linguaggio non lo hanno mai padroneggiato o lo hanno perso.

Allora ho cominciato a mettere assieme i pezzi di una vita e ad accorgermi che c'è sempre un filo conduttore nelle cose che facciamo col cuore: dal nido al mio stare con gli animali, all'insegnare agli operatori sportivi, al proporre ai manager di un'azienda la sfida del "ritrovarsi" nel proprio corpo per potersi ritrovare anche nella propria mente e nel proprio cuore.

MENTE-MANI-CUORE diceva Elinor Goldschmied: era quasi un mantra.

Paolo è riuscito a sintetizzarlo in una sigla
che è diventata il modello formativo della nostra Società InfinitiForm:
HMS al quadrato - Heart Hands Mind Music Start System

Per chi ne ha voglia (spero in tanti!)
qui sotto ci sono un po' delle cose che anche voi mi avete insegnato negli anni...
Le 10 fasi dello sviluppo senso-motorio: per ricordarci di come cresciamo!

OTTO-GALOPPO nella nostra Vacanza MENTE APERTA all'ARIA APERTA