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martedì 16 maggio 2017

SBOCCIARE


  


Questo fiore è sbocciato questa notte.
Ieri sera era piccolo e chiuso, come l'altro bocciolo.
Anche voi, piccoli e grandi nipoti,
siete sbocciati quasi all'improvviso!

Anche noi - "grandi adulti" preoccupati dalle pressioni di ogni giorno 
abbiamo dentro tutte queste possibilità, 
questa enormità di bellezza 
che sembra quasi impossibile riuscire a contenere.

Con le fragranze, la leggerezza, la delicatezza, la forza
di un fiore di maggio
che aspetta solo di poter fiorire.

Un giorno, all'improvviso.

Grazie.  


martedì 17 febbraio 2015

SOGNO UN BAMBINO - UNA BAMBINA



Sogno un bambino - una bambina
che senta la vostra e la nostra
felicità nell'accoglierlo;

che guardi la vita con stupore
che sappia dire grazie
e aiutarci a rallentare i tempi
per scoprire il mondo come 
lo scopre lei, o lui.

Sogno un bambino - una bambina
che sappia ancora giocare,
che ami le filastrocche,
che prima o poi si incuriosisca
tenendo in mano una penna
e un pennino.

Che trovi dei grandi che sappiano
essere grandi e lo aiutino - la aiutino
a essere bambino - bambina
sentendosi in diritto di esserlo;
sapendo di poter avere paura
perchè qualcuno sa rassicurare;
sentendo di poter crescere
perchè qualcuno lascia che succeda.

Sogno un bambino - una bambina
che ami la musica, il teatro,
il cibo, i libri, l'arte;
la medicina, il cinema, i fiori,
i prati e le montagne,
la poesia e il mare.

Pavia, Napoli, la Sicilia
e anche Sesto San Giovanni
e il mondo intero.

Che sia felice
e che viva davvero,
intensamente.

Zia Popa, 2011




venerdì 21 marzo 2014

LÍ DOVE SI VA A PASSEGGIO - per un "leggere lento"

Pavia, in surplace - foto © mpaola casali 2014
Amavo andare a lavorare in treno perché potevo leggere: la Nonna Pina quando ero ragazza mi trovava sempre mille cose da fare e riuscivo a gustarmi un libro solo quando lei faceva il suo riposino pomeridiano (15 minuti spaccati, poi ripartiva più ingazzurrita di prima). 

Ho sempre invidiato chi riesce a cuor leggero a "staccare" e immergersi durante il giorno in un libro che non sia un testo dell'Università e naturalmente ho sviluppato (con pochissimo successo) tutte le strategie per farlo, sentendomi in vacanza a ogni minima riuscita in tal senso. 

Non mi piacciono i trucchi per la "lettura veloce": è una contraddizione, perché leggere richiede un forte impegno anche del nostro emisfero sinistro, quello che ci dice di "mettere le cose in fila una dopo l'altra"con calma, oltre che attivare l'emisfero destro che ci permette di "fare rapidamente il clic", di capire il senso di tutte quelle parole sul rigo.

Insomma, leggere vuol dire godersi un pezzo, e ri-goderselo se è il caso: con un libro si può; con il post di Facebook è un po' più difficile perché quando trovi qualche spunto interessante è già stato ampiamente scavalcato da annunci di diete e richieste di "lavoretti per le scuole sulla primavera" (odiosa e demenziale la mania dei lavoretti a tema! senza anima, se non il compiacimento dell'insegnante che vede il "prodotto finito" invece di cogliere la delicatezza della elaborazione visiva olfattiva tattile motoria del bambino che scopre qualcosa).

Stupirsi - foto © paolo salvi 2014


Così ho deciso di regalarvi un pezzo che ho letto nei giorni scorsi nel libro di Moni Ovadia, L'ebreo che ride. E' una poesia che dovete aver la pazienza di leggere fino in fondo, perché forse ci fa venir voglia di ...


Moshe Nadir, Dort vu m'gheit shpatsim (Lì dove si va a passeggio), 1996

Una terra dove non si va a passeggio, dove non si beve vino
la terra dell'acciaio, del ferro, la terra della tecnologia,
la terra dove un uomo che sputa più lontano degli altri
viene dichiarato campione e lo si porta in palmo di mano.
Ho nostalgia di casa
lì si va a passeggiare con una religiosa puntualità
lì piange tutta la cittadina quando un uomo muore
o parte per l'America
e lì gioisce tutta la cittadina quando qualcuno si sposa
o vince la lotteria.
Là i fiori sono piccini e non hanno nome e i boschi sono grandi
e l'amore è quieto e pieno del colore del sangue.
Lì, quando gli orti sono colmi di frutta, in quell'epoca
la gente aspetta fino a quando il sole cala e va a passeggiare.
Non c'è granché da mangiare
pane e miele per i bambini, latte per gli adulti
ma tutti vanno a passeggio
e ogni passo è una grande arte, una scienza.
Lì la vita ha stile e pace e preziosità, e c'è così tanto tempo libero, la gente fa il bagno quando vuole.
Lì quando un signore si leva il cappello davanti a una signora,
lo fa in modo così dolce e lento che si può leggere la marca
e il numero del cappello.
Lì perfino gli anziani ebrei hassidim, religiosi,
passeggiano verso il pozzo, con in mano la giara
e con il sogno dell'acqua fresca disegnato sui volti luminosi.
Ho ancora nostalgia della terra dove andare a passeggio
è un'arte e non un lavoro.
Ho nostalgia dei suoi tetti bassi e dei suoi cieli alti,
mi manca quella terra di fango, di neve e di polvere
che è così tanto più soffice della terra della pietra e del ferro.
Sto rientrando a casa da una passeggiata al Central Park.
Le persone mi guardano come si guarda uno straniero
perché cammino lentamente, serio e con un bastone.



N.B. La Nonna Pina, che aveva fatto le elementari negli anni '20 ma aveva imparato assai nella sua lunga vita e nelle sue esperienze che definirei a pieno titolo "socio-educative", ha scoperto il tempo e il piacere di leggere (e di scrivere) dopo i 70 anni. E fino alle 4 di notte si è divorata tutto quello che aveva a che fare con psichiatria e antipsichiatria, da Basaglia a Petrella, dalle esperienze delle comunità aperte agli esorcismi e agli studi sugli alberi genealogici, passando da Freud e da Jung, dalle storie vere ai saggi degli specialisti, dai romanzi alle erbe di Mességué.

Qualche volta andava anche a passeggio, per il gusto di andarci.

Luci a Pavia - foto © mpaola casali 2014

venerdì 31 gennaio 2014

LABORATORIO

Ieri sera mi sono addormentata con una serie di immagini e parole nella testa.

Prima di cena - rientrando da una girata sotto la neve in una Pavia infreddolita e magica - la prima cosa che ho notato nel buio della casa è stata la luce bianca del giardino davanti che entrava prepotente dal finestrone.

Normalmente di questa stagione chiudiamo le persiane appena fatto buio per evitare di disperdere il calore (piccolo accorgimento che per pigrizia pochissime persone adottano). Ma ieri sera, chiuse tutte le altre finestre, questo clima lunare dovevamo godercelo fino in fondo!

Poi ho trovato lo scatto che zio Paolo ha fatto ieri mattina, all'inizio della nevicata:

uno scatto geniale di Paolo Salvi (zio Paolo, insomma)

Ve lo regalo volentieri perché in un attimo mi ha fatto venire in mente un sacco di associazioni di idee:


  1. Come fanno le persone a vivere e lavorare senza guardar mai fuori dalla finestra? Lo sapete che oggi nelle aziende si lavora giornate intere in spazi senza finestre? e si fa formazione nei seminterrati? Lo sapete che in tutti i grandi alberghi che ospitano convegni e seminari (quando si dovrebbe stare più sereni per essere meglio concentrati) le sale sono rigorosamente con luce al neon e aria forzata?
  2. Come fanno i bambini curiosi a dare credibilità a un insegnante che considera più importante quello che sta spiegando, rispetto al miliardo di cose che potrebbe scoprire e condividere con la classe solo guardando insieme questo scorcio? Lo sapete, vero, che se un bambino guarda fuori mentre nevica o mentre cade una foglia o perché compare la prima rondine... accumula una serie di punti a suo sfavore, finendo presto nella lista dei bambini distratti e incapaci di concentrarsi da segnalare in consiglio di classe?
  3. il laboratorio della nonna Pina, la vera Bottega dell'Apprendista, quello che era l'ambiente ideale per i miei giochi e per le mie prime scoperte e ritrovo serale per la Guerra degli Spilli, era un continuo "fare" e osservare e imparare e chiacchierare di quel che succedeva dentro e fuori. Le mani andavano veloci ed esperte e gli occhi si muovevano rapidi tra la stoffa da tagliare, il modello da realizzare e un'occhiata al lavoro di tutte. Nella massima concentrazione, con risultati eccellenti.
  4. Questo specchio è un pezzo delle vecchie toilette che si usavano nelle case contadine fino a qualche decennio fa: io me le ricordo davvero nelle case delle "ragazze" che lavoravano dalla nonna Pina, che da piccola mi portavano la sera qualche volta a casa loro. Sotto, la cucina con il camino e la mamma di Mariuccia (Puccia Motta come la chiamo ancora io!) con le sue ciambelle da urlo che profumavano tutta la casa e salivano le scale che portavano alla camere dal pavimento di legno scricchiolante. La mia memoria "sensoriale e motoria" ha tutto impresso in modo indelebile: odori, rumori, paure, stupori, luci, ombre e movimenti.
Per anni ho avuto questi "pezzi di vita" nella mia piccola camera all'Ospitale, in Toscana, e poi alla Balzana, e poi qui a Pavia. E ora sul balcone, con una pianta, per "aprire lo sguardo" a chi è pronto a farlo.

Grazie zio Paolo, per avermelo riproposto con la tua "laboriosa" e geniale chiave di lettura!





"Il problema è avere gli occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio."  (Pier Paolo Pasolini)


giovedì 19 dicembre 2013

SUGGESTIONI DI NATALE



Lievi suggestioni natalizie, che mi riportano ad altri Natali...

Presepe Nature: Pinkito e Margherita alle 3 di notte. Foto © La Balzana


PAVIA, abside di San Teodoro










... e soprattutto mi ricordano l'emozione del
"preparare" il Natale.
















Da ragazzina, almeno per tutte le elementari e forse anche le medie, i sabati pomeriggio di dicembre erano caratterizzati da una puntata a San Teodoro.

Immancabilmente anche oggi, ogni volta che passo da questo angolo rivivo le stesse sensazioni di allora: aria un po' cupa di nebbia, un pochino di paura (ci si arriva da una stradina piccola e sassosa, allora come ora poco illuminata) e battito del cuore appena accelerato, anche perché arrivavo spesso all'ultimo minuto e gli altri bambini erano già nella cripta per la funzione dell'Avvento.

Le luci e la musica che scappavano dalle finestrelle basse mi segnalavano che la preghiera stava iniziando. Il giorno di Natale, alla messa delle 9.30, arrivavo in genere con il cappotto nuovo che la nonna Pina mi aveva finito durante la notte, o comunque con un paio di calzettoni nuovi, o di guanti e cuffia da inaugurare.











Passare da San Teodoro ancora oggi mi ricorda l'intimità delle candele nella cripta dove si stava più caldi per la messa e la posizione esatta di dove mi andavo a sedere (diversa da quella delle Messe degli altri periodi dell'anno, quando avevo davanti le pecore che ancora oggi evocano il mio soprannome).


La mattina di Natale, prima della Messa, c'era il bagno e prima ancora - di buon mattino - la "finta" della sorpresa per i regali portati da Gesù Bambino (come capita a tutti i bambini, attorno ai 6-7 anni qualche amica dispettosa si era divertita a smontare il sogno, svelando la vera provenienza dei doni dal bagagliaio delle auto dei genitori e, a quei tempi, dalle borse nascoste per tempo negli armadi di casa).

Eppure era - e resta - sempre una gran sorpresa, perché anche se per tutti gli anni successivi mi son assunta il compito di "rinnovare" l'emozione preparando direttamente l'ambiente la sera della Vigilia - mi piace scoprire che "qualcuno" è passato dopo di me e ha aggiunto qualche piccola cosa (meglio se per me!)

Non ho foto di quei momenti. Allora solo lo zio Sergio aveva la macchina fotografica, e addirittura la cinepresa: ma quei momenti intimi tutti dedicati alla nostra famiglia erano "solo nostri". L'unica immagine che collego alla sera della Vigilia (per il richiamo angiolesco della situazione) è questa, di Giancarlo piccino con una buffissima camicia da notte della zia Alida.



Forse stava telefonando per sapere a che ora sarebbe arrivato GESÚ BAMBINO e poter preparare per tempo la CIOTOLINA con il latte tiepido per Lui e la CAROTINA per l'asinello (che la mattina dopo avremmo trovato puntualmente sgranocchiata con le dovute gocce di latte rimaste ancora sul pavimento insieme alla ciotola vuota).

E il rito delle SCARPE lucidate? A casa le pulivamo a turno io e i miei fratelli, ma mi pare che la sera di Natale ognuno si preoccupasse ben volentieri di lustrare le proprie per andarle a collocare il più in vista possibile in salotto ai piedi del divano, delle poltrone e dello specchio. Era il "segnaposto" inequivoco per indicare dove avrebbero dovuto essere appoggiati i regali che ti a-spettavano.

La mattina ovviamente ero la prima a svegliarmi all'alba (con gran disappunto di tutti gli altri della famiglia - più grandi - che conoscevano il copione e avrebbero solo voluto dormire ancora). Una rapidissima occhiata di nascosto ai vetri smerigliati del salotto (proibito entrare da soli!) e la meraviglia di vederlo tutto colorato di arancione, con un profumo di mandarini che passava da sotto la porta!!!

Era allora che cominciava il tormentone della sveglia a tutta la casa per accelerare il momento magico della scoperta, che andava fatta rigorosamente prima del bagno, della colazione e della Messa, anche perché ci si rivestiva per l'occasione con le nuove calze, magliette, mutande, camicie, cravatte e scarpe (quando andava di lusso).

Non ricordo bene se ognuno si fiondava nel proprio "angolo": non mi pare. Mi piace ricordare che tutti prima facevano il giro della stanza per guardare la scenografia preparata per tutti: le scatole impacchettate e infiocchettate piccole e grandi, il pacchetto morbido che nascondeva sicuro un maglioncino o una sciarpa, i mandarini a mucchietti sparsi, insieme alle noci, alle confezioni di datteri e fichi secchi, a qualche filo argentato e al tocco geniale di chi aveva predisposto la situazione.

Che bello poter aprire un pacchetto e condividerne lo stupore e la gioia con gli altri, che fanno la stessa cosa ma tenendo gli occhi aperti su ognuno di noi! che bello "tenerci dentro" questi momenti!!



BUON NATALE
insieme





lunedì 14 ottobre 2013

PETULA LITA


C'era una volta una bambina, bionda, paffuta, riccia riccia. La chiamavano Petula Lita.
Aveva due occhi seri, attenti, ma sorridenti.
Aveva 3 anni.
Petula Lita abitava in una casa con tante stanze, e due saloni con il pavimento bianco, di marmo. E la casa aveva un balcone, con i gerani e le petunie che quando ti avvicinavi per odorarle ti si attaccavano al naso con i loro petali morbidi, un po' pelosi.

Petula Lita era piccola, e non arrivava a fiutare le petunie e neanche a guardare il viale sotto casa, e il fiume proprio di fronte: allora prendeva uno sgabello, stava ben attenta a non sporgersi troppo, come le avevano insegnato, e si appoggiava alle cassette dei fiori, appese alla ringhiera, e guardava giù, nella strada... Qualche macchina lungo il viale, Paride il barcaiolo, e qualcuno che passava sotto gli alberi che si vedevano lontani, laggiù, dal 3° piano.

Ogni tanto passava il nonno: un nonno strano, con i baffoni, forse col cappello, il gilet e l'orologio da tasca. Ma passava lontano, laggiù, camminava guardando sempre a terra, davanti a sé. Petula Lita lo chiamava: nonno, nonno! Ma forse credeva di chiamarlo, ma non lo faceva perché le avevano insegnato a non urlare. E il nonno non la vedeva, o faceva finta di non vederla: non veniva mai in casa. Chissà, forse si vergognava. Chissà dove abitava lui: da uno zio? o forse all'ospedale?

Ma un giorno... Petula Lita!! Petula Lita!!
E' il nonno!!! E' qui! E' venuto a casa, mi sta chiamando!

Tieni, l'ho portato per te.
E il nonno dà a Petula Lita una cosa piccola piccola, dorata, che sa di tabacco, come le tasche del nonno, e come i suoi baffi, e le sue mani. Petula Lita la prende con due dita, la gira e rigira: è un bauletto, piccolo piccolo, ma c'è tutto, come quello che la mamma riempie di biancheria quando si va in montagna... C'è la maniglia, sopra, che si muove... e ha le borchie dorate e tra i profili di metallo le pareti sono di pelle, rossa, profumata, un po' di pelle e un po' di tabacco. Ed è morbida: Petula Lita passa l'indice lungo i bordi di metallo e sente i loro profili, rigidi, e - sotto - la pelle morbida, liscia, che a toccarla quasi sembra si stacchi e che il dito affondi dentro. Bisogna toccarla piano, delicatamente, se no si scolla.

E c'é la serratura. Si apre davvero! e anche dentro è morbido, ma è diverso: un po' più peloso, come le petunie quando si affonda il naso. Ma è bello: il coperchio è ricurvo e toccandolo da dentro si sente - sotto la pelle - il profilo delle parti metalliche esterne.

E richiuso sta in una mano, nella tasca del grembiulino bianco dell'asilo, nel cassetto, in un angolino.

E poi è magico: Petula Lita non sa dov'è il nonno, non ha ancora capito dove abita e perché non viene mai a casa. L'hanno portata in ospedale a trovarlo, ma non aveva il pigiama. Aveva il gilet, e l'orologio da tasca, e il cappello. E non era a letto. C'erano tante altre persone, tutti uomini come lui, che giravano e parlavano da soli.
Petula Lita prende il suo bauletto, lo accarezza, passa l'indice lungo i contorni delle parti metalliche. Lei riesce perché è piccola, e col ditino sente la pelle morbida, liscia, e vede il nonno, laggiù, sul viale, che passa, e questa volta guarda in su e la cerca, ma non sale in casa.

Petula Lita cresce, diventa grande, cambia casa: forse il suo bauletto era un po' consumato e qualcuno glielo ha buttato, o forse è semplicemente rimasto nella tasca di un grembiulino.

Eccone uno, in un sacchettino: qualcuno glielo ha regalato; chissà se lo ha fatto apposta o se è solo un caso?!

Ma non è rosso, non è magico, e non sa di tabacco.

10 maggio 1989







mercoledì 7 agosto 2013

STUPORE DI BIMBO


Basta un rotolo di scottex (e la curiosità di zio Giancarlo)
per riscoprire lo stupore disarmante dell'essere bambini



 e per ricordarci di esserlo.

domenica 24 febbraio 2013

MAOMETTO e LE 10 FASI



Se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto!
(me lo ha ricordato Ivana, mandandomi questo bellissimo filmato)




Che meraviglia quei "piedini nuovi" che arrancano
 e cercano di spingere e di afferrare anche loro,
come le mani che cercano affamate il Cesto dei Tesori!


Più di trenta anni fa, quando non c'era internet, facevo ai miei nipoti decine e decine di foto (che NON erano digitali e costavano un sacco per essere stampate) per fissare quei piccoli minuscoli movimenti che me li facevano veder "crescere". Alcune le ho ritrovate proprio qualche giorno fa in una vecchissima scatola e appena posso le scansiono e pubblico anche quelle (ma devo chiedere il permesso ai nipoti "soggetto"???)

Allora facevo la formazione negli Asili Nido di Cinisello Balsamo e in tanti altri nidi soprattutto del nord: ero e resto affascinata soprattutto dai primissimi mesi dei bambini, fino all'anno e mezzo, quando ancora è un mistero il loro linguaggio e tutto passa dal movimento e dalle scoperte fatte col corpo in ebollizione. 

Tanti anni dopo (ma tanti tanti) - credendo di occuparmi di tutt'altro - ho ritrovato le stesse scoperte nel modo di muoverci in mezzo a un branco di cavalli al pascolo e nel modo dei bambini autistici e di tutte le persone che il linguaggio non lo hanno mai padroneggiato o lo hanno perso.

Allora ho cominciato a mettere assieme i pezzi di una vita e ad accorgermi che c'è sempre un filo conduttore nelle cose che facciamo col cuore: dal nido al mio stare con gli animali, all'insegnare agli operatori sportivi, al proporre ai manager di un'azienda la sfida del "ritrovarsi" nel proprio corpo per potersi ritrovare anche nella propria mente e nel proprio cuore.

MENTE-MANI-CUORE diceva Elinor Goldschmied: era quasi un mantra.

Paolo è riuscito a sintetizzarlo in una sigla
che è diventata il modello formativo della nostra Società InfinitiForm:
HMS al quadrato - Heart Hands Mind Music Start System

Per chi ne ha voglia (spero in tanti!)
qui sotto ci sono un po' delle cose che anche voi mi avete insegnato negli anni...
Le 10 fasi dello sviluppo senso-motorio: per ricordarci di come cresciamo!

OTTO-GALOPPO nella nostra Vacanza MENTE APERTA all'ARIA APERTA