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venerdì 20 marzo 2020

ZIO PAOLO, GIOCOLIERE DI PAROLE... e ANTIDOTO ALLA PAURA


Abbiamo la fortuna di vivere qui in Casentino!
In questi giorni, se non fosse per la mia voce che parla in riunioni e corsi online circa 10 ore al giorno 😜, si sentirebbero solo le prime rondini...

C'è un piacevolissimo silenzio in piazza... come quello ai tempi della Balzana, in fattoria.


Ogni tanto (spesso) zio Paolo spalanca le finestre e mette musica a tutta palla. E le poche persone che girano (2-3 al giorno ormai) si fermano a guardare in su... Qualche volta si mettono a ballare e stanno sotto le nostre finestre. ASCOLTARE MUSICA è un antidoto potente alla paura che ci sta letteralmente falcidiando, perchè la paura affatica il respiro e indebolisce i polmoni, che così diventano più vulnerabili!




Quando zio Paolo può "toccare" uno strumento musicale, qualunque esso sia, diventa irrefrenabile e la sua voglia di condividere questa sua ricchezza interiore lo ha portato a creare da diversi anni un gruppo su Facebook che si chiama 7 NOTE PER RIACCORDARSI, dove ogni giorno mette pezzi straordinari. Puoi andare a sentirli cliccando qui sotto:


A zio Paolo piace molto giocare con le parole: dice sempre nei suoi corsi che
RI-ACCORDARCI vuol dire predisporre le nostre CORDE per la musica che vogliamo o dobbiamo suonare, individualmente, nella "orchestra da camera dei nostri affetti", nella "grande orchestra d'archi della vita". Vuol dire prendere atto che spesso ci SCORDIAMO di noi e continuiamo a suonare "scordati". Un invito a RI-CORDARCI DI NOI, di quello che siamo, che stiamo facendo, che siamo in grado di fare, qui e ora.
Io lo faccio con i miei esercizi di Brain Gym® e lui (da 17 anni!!) sta cercando con molta pazienza (incredibile, vero? è molto più paziente di quanto dà a vedere) di educare il mio essere "dura d'orecchi" e piuttosto stonata😅.

E' stata la mia (e la sua) salvezza negli anni in cui ero più in ospedale che a casa e gli infermieri mi chiedevano di NON ascoltare la musica con le cuffie perchè ... ne avevano bisogno anche loro!
ASCOLTARE E FARE ASCOLTARE NEGLI OSPEDALI: se - anche in tempi normali - si potesse fare, la guarigione sarebbe più veloce e il clima più disteso per gli operatori. Forse questo è uno degli insegnamenti preziosi di questo periodo così intenso su tutti i fronti.

Ora tocca a me condividere il dono che ho ricevuto in questi anni, con uno dei post che zio Paolo ha pubblicato nei giorni scorsi.
Per aiutarci ad affrontare l'eroica impresa della vita quotidiana, e andare incontro alla settimana, chi meglio di Beethoven potrebbe esserci? E l' "Eroica", appunto, mi pare la migliore, in questi frangenti. Sì, l' "Eroica", la Sinfonia n. 3 in mi bemolle maggiore Op. 55, composta da Ludwig van Beethoven fra il 1802 e 1804, per la Direzione del M° Herbert von Karajan.



Condividiamo benessere, quanto più possibile! GRAZIE zio Paolo 💗





mercoledì 11 settembre 2019

A CHE SERVE LA PEDAGOGIA?




Oggi lo zio Paolo mi ha portato (in moto) a Barbiana, dove Don Milani ha vissuto e fatto la "sua" scuola dal 1954 al 1967.

Voi non ricordate probabilmente chi fosse, ma la zia Alida ne ha fatto il suo riferimento quando insegnava alle medie in uno dei quartieri più poveri di Pavia e io ne ho fatto la base della mia tesi.

E poi Lettera a una professoressa (scritto interamente dai suoi allievi e pubblicato nel maggio 1967, un mese prima della sua scomparsa) è stato - ed è tutt'ora - il manifesto della "vera scuola" dalle rivoluzioni degli studenti del '68 in poi.

Virgulti d'olivo, davanti alla Scuola di Barbiana
Oggi, davanti alla pergola sotto cui faceva scuola 365 giorni all'anno dalle 8 di mattina alle sette e mezzo di sera (366 negli anni bisestili), dal "pedano" di un vecchio olivo sono sbocciati nuovi promettenti virgulti: l'ambiente, lasciato inalterato povero ed essenziale come allora, trasuda conoscenza, passione, amore per la cultura di cui Don Lorenzo voleva si impadronissero i ragazzi di montagna tagliati fuori dalla scuola.

MENTE APERTA ALL'ARIA APERTA, come la chiamo io!




Ma che ci fa quella piscina, stretta e lunga? lui non era certo in agriturismo! Ce lo avevano mandato "in punizione". Nelle sue Lettere alla mamma una nota dice: "C'è una chiesa del Trecento, una canonica e qualche casa sparsa nei boschi. Mancava allora l'acqua, la corrente elettrica, la strada, il servizio postale".  Il fatto è che in mezzo a quella situazione lui aveva voluto costruire quella vasca con i suoi ragazzi, perchè imparassero a nuotare e non affogare nei fossi.


E LA PEDAGOGIA, in tutto questo?
La pedagogia così com'è io la leverei. Ma non ne sono sicuro. Forse se ne faceste di più si scoprirebbe che ha qualcosa da dirci.
Poi forse si scoprirà che ha da dirci una cosa sola. Che i ragazzi son tutti diversi, son diversi i momenti storici e ogni momento dello stesso ragazzo, son diversi i paesi, gli ambienti, le famiglie.
Allora di tutto il libro basterebbe una paginetta che dicesse questo e il resto si potrebbe buttar via.
A Barbiana non passava giorno che non s'entrasse in problemi pedagogici. Ma non con questo nome. Per noi avevano sempre il nome preciso di un ragazzo. Caso per caso, ora per ora.
Io non ci credo che esista un trattato scritto da un signore con dentro qualcosa su Gianni che non si sa noi.
(tratto da Lettera a una professoressa, pp. 119-120)

Ecco perchè ho deciso di ... fare la pedagogista!

martedì 14 febbraio 2017

TORNARE alla VITA





Mattino presto, molto presto.
Le case sparse sul monte sono presenti con le loro luci notturne.
Una piazza con la luna, qualche finestra che si illumina.

Un uomo canticchia sotto la finestra, mentre - diligente - spazza con cura il selciato.
Si stupisce del mio saluto e continua nel suo lavoro.

Poi prende il carretto, alza la scopa come una bandiera
e sparisce dietro l'angolo.
La piazza resta un po' più vuota... Il bar è ancora chiuso.





Fra poco profumo di brioches, gente che chiacchiera.
E io posso stendere i panni nella corte, con la carrucola,
tra le mura dell'antica torre.


Questo è tornare alla vita.




lunedì 30 marzo 2015

DOPO DOMENICA É LUNEDÍ




No, non perdetelo il tempo ragazzi, 
non è poi tanto quanto si crede; 
date anche molto a chi ve lo chiede, 
dopo domenica è lunedì. 
Vanno le nuvole coi giorni di ieri, 
guardale bene e saprai chi eri; 
lasciala andare la gioia che hai, 
un giorno forse la ritroverai. 

Camminano le ore, 
non si fermano i minuti; 
se ne va, 
è la vita che se ne va; 
se ne va, 
di domani nessuno lo sa. 
Dopo domenica è lunedì. 
No, non perdiamolo il tempo ragazzi, 
non è poi tanto quanto pensate; 
dopo l'inverno arriva l'estate 
e di domani nessuno lo sa. 
Camminano le ore, 
non si fermano i minuti; 
se ne va, 
è la vita che se va; 
se ne va, 
dura solo il tempo di un gioco; 
se ne va, 
non sprecatela in sogni da poco.
 Se ne va, 
di domani nessuno lo sa. 
Non si fermano i minuti, 
dopo domenica è lunedì. 


Camminano le ore 
ed il tempo se ne va; 
non si fermano i minuti, 
di domani nessuno lo sa. 
Dopo domenica è lunedì. 
No, non perdetelo il tempo ragazzi, 
non è poi tanto quanto si crede; 
non è da tutti catturare la vita, 
non disprezzate chi non ce la fa. 
Vanno le nuvole coi giorni di ieri, 
guardale bene e saprai chi eri; 
è così fragile la giovinezza, 
non consumatela nella tristezza. 
Dopo domenica è lunedì...







martedì 17 febbraio 2015

SOGNO UN BAMBINO - UNA BAMBINA



Sogno un bambino - una bambina
che senta la vostra e la nostra
felicità nell'accoglierlo;

che guardi la vita con stupore
che sappia dire grazie
e aiutarci a rallentare i tempi
per scoprire il mondo come 
lo scopre lei, o lui.

Sogno un bambino - una bambina
che sappia ancora giocare,
che ami le filastrocche,
che prima o poi si incuriosisca
tenendo in mano una penna
e un pennino.

Che trovi dei grandi che sappiano
essere grandi e lo aiutino - la aiutino
a essere bambino - bambina
sentendosi in diritto di esserlo;
sapendo di poter avere paura
perchè qualcuno sa rassicurare;
sentendo di poter crescere
perchè qualcuno lascia che succeda.

Sogno un bambino - una bambina
che ami la musica, il teatro,
il cibo, i libri, l'arte;
la medicina, il cinema, i fiori,
i prati e le montagne,
la poesia e il mare.

Pavia, Napoli, la Sicilia
e anche Sesto San Giovanni
e il mondo intero.

Che sia felice
e che viva davvero,
intensamente.

Zia Popa, 2011




mercoledì 31 dicembre 2014

IL VENTO DEL MONDO RICREATO


Ho appena ricevuto questo messaggio di auguri dallo zio Chico: una delle riflessioni che da diversi anni, ogni fine anno, è solito scrivere. Mi piacerebbe farne una raccolta, e pubblicarle per rileggere con calma le sue note a volte pungenti, ma con un fondo di fiducia e speranza e con l'ironia sottile che mi ricorda il nonno Aurelio... Intanto, condivido questa, in una nevosa serata di fine anno, con i colori luminosi della vetrage di Padre Costantino Ruggeri.

Il Vento del Mondo Ricreato - padre Costantino Ruggeri

Pensieri in libertà,
come molecole leggerissime di Elio liberate dalla compressione,
in disordinata fuga dai limiti di spazio e di tempo, spesso anche dai limiti della logica comune...
 
e ora... -liberamente parafrasando poeti del XX°sec.-
viene la notte, e cambia ogni cosa. La Morte e la Vita non cambiano mai...
...il mondo, non si è fermato mai un momento, la notte segue sempre il giorno, ed il giorno verrà...
la Morte e la Vita non cambiano mai... 

Noi, briciole di microcosmo, assecondiamo i macro-bioritmi
senza averne coscienza,
solo attenti allo scendere e risalire dei piccoli gradini che incontriamo nel nostro piccolo quotidiano.
Ma... la Morte e la Vita non cambiano mai... 
la notte segue sempre il giorno, ed il giorno verrà... 

L’incertezza del macro-divenire
diventa motivo e coscienza di grande speranza e fiducia nel futuro.
A dispetto di chi ha assolute certezze nel micro-quotidiano... 

Mi convince a fedeltà verso l’intima modalità dell’ESSERE,
fedele alle mie convinzioni al di sopra di qualunque necessità dell’AVERE.
Fedele come il cane che ti dedica tutta la vita, dalla nascita alla morte.
Fedele come un ateo che cerca la Fede, fedele come il Dio dell’Alleanza.

Alla notte segue sempre il giorno,
ed il giorno verrà...

 
È la riflessione-augurio per il futuro del nostro micro-tempo quotidiano
che ci troveremo anche quest’anno a scalare

 
enrico casali, dicembre 2014

sabato 26 aprile 2014

IL SENSO DELLA VITA



Accade che ...


mentre fotografi un Iris, anzi...


... due Iris


dietro a un Castello che ha mille anni e odora di Dante
...

in un borgo in cui da troppo tempo
qualcuno si è dimenticato di abitare


in mezzo a un improbabile tripudio di roselline cinesi ...


... un signore che non vuole essere fotografato da vicino perché - dice - sono un contadino
ti inviti a curiosare dentro la sua cassetta della posta.



Tutto può succedere in un pomeriggio di fine aprile: il diluvio universale annunciato dalle previsioni si dimentica di annaffiarci; il sole decide di giocare tra le nuvole come sentivo raccontare dai libri delle elementari; una signora gentile ti apre inaspettatamente il Castello e ti fa entrare a scoprire tesori sepolti dalle pietre, vecchi mocassini indiani e sigilli dell'anno Mille tra uno "staccio" e un arcolaio.

E ti trovi a sedere nella stanza di Dante a rincorrere secoli e castelli, ricordando leggende e racconti, tra i Nani di Castagnaio e le memorie delle Novelle che ti viene ancora voglia di raccontare.














Mentre da milioni di anni ...


... minuscole gole di future capinere
si tendono come fiori a perpetuare la specie


... dentro nuove dimore.



Dove un contadino cortese, ancora capace di stupirsi, ti sa regalare il vero senso della vita.


sabato 19 aprile 2014

EMIGRATI DA NOI STESSI


Bella faccia, bel sorriso. Di quelli che ti illuminano il cuore e che avremmo bisogno di trovare più spesso nel grigiore delle nostre strade, coi musi lunghi delle persone che vanno di fretta e la sequela di lamentele ad ogni pie' sospinto.


Giorni di Pasqua, giorni di Passione, di Fratellanza, di Speranza. Leggo sul giornale che il Giovedì Santo, per la cerimonia della lavanda dei piedi, il Vescovo ha deciso di inginocchiarsi davanti a 6 profughi, tra i pochissimi sopravvissuti alla traversata del Mediterraneo che continua impietosamente ad inghiottirne.

Sarà retorica, sarà opportunismo, sarà l'esempio del nuovo Papa, sarà che pochi mesi fa il sorriso di Mamadou (a noi è piaciuto chiamarlo così) ci ha fatto desiderare di trovarne altri a rischiararci le giornate... Fatto sta che la notizia mi ha fatto particolarmente piacere, così come mi ha visceralmente irritato leggere gli insulti e le considerazioni grette ed ignoranti dei miei concittadini a commento dell'articolo di cronaca locale.

Guarda caso, proprio ieri mi ero letta tutto d'un fiato uno di quei libretti venduti per le strade, che ogni tanto ci capita di comprare più per "sentirci buoni" che altro, sempre con la sensazione di "fare un favore a quel disgraziato" e con la soddisfazione di poter dire in tutta sincerità un bel "già dato" agli altri numerosi questuanti.

Non sapevo (almeno fino a ieri) chi fosse Bay Mademba; non so se il suo "Viaggio della speranza: dal Senegal all'Italia in cerca di fortuna" sia o meno un concentrato di luoghi comuni scritto ad hoc per mitigare il clima di intolleranza in cui viviamo.
So che oggi ho qualche informazione in più, che mi ha fatto drizzare le orecchie al servizio televisivo sul mercato industriale del pesce che ha "razziato" i mari del Senegal costringendo i pescatori a mettersi in coda per emigrare.

un'immagine da www.nationalgeographic.it
Ringraziamo l'iperattività dei pescherecci stranieri, a partire da quelli europei.
Che, in un solo giorno, possono catturare tanto pesce quanto 56 piroghe locali in un anno. 

"Noi italiani siamo emigrati da noi stessi, abbiamo rinunciato alle nostre tradizioni diventando altri, ormai quasi irriconoscibili rispetto a qualche lustro fa. L'altezza media nazionale è enormemente aumentata, i piedi si sono allungati, anche gli uomini si tingono i capelli, le donne si rifanno la bocca e il naso, tutti parlano con un linguaggio impoverito e stereotipato. Non ci sono più né vecchi né giovani: in questo ballo in maschera della società del benessere abbiamo perso l'identità e tutti siamo diventati immigrati.

Ecco perché arrivano a frotte da noi uomini, donne e bambini dal terzo mondo, e nessuno li può fermare.

Non vengono solo a cercare lavoro e fortuna, non arrivano soltanto perché gli industriali li chiamano e li lusingano come le sirene nell'Odissea. Ci raggiungono per portarci in dono le cose preziose che noi abbiamo, ohimè, dimenticato: il sorriso, la voglia di parlare, il gusto di salutarsi, il piacere della compagnia, la disponibilità alla sorpresa, la mancanza di paura verso il prossimo, l'accettazione fatalistica delle difficoltà.

Gli immigrati vengono a colmare questo nostro vuoto spirituale e finché resteremo così imbrigliati in una vita materialistica, non ci saranno né leggi xenofobe né controlli polizieschi che potranno fermarli.

Fino a qualche lustro fa eravamo noi occidentali ad andare da loro per colonizzarli e renderli schiavi, depredandoli e mandando in frantumi le loro economie di sussistenza. Non lamentiamoci perciò se, dopo aver distrutto le loro comunità, adesso ce li troviamo davanti a casa".

da Il mio viaggio della speranza: dal Senegal all'Italia in cerca di fortuna di Bay Mademba
Bandecchi &Vivaldi Editori

"In Senegal siamo tutti fratelli e sorelle:
non sei un fratello di sangue, ma sei un fratello di genere umano".


Val la pena riascoltarsi - in questa Pasqua di Speranza - quel che zio Paolo ha pubblicato nel suo blog il 2 gennaio 2013.
centorete: Mio fratello che guardi il mondo...

Mio fratello che guardi il mondo
e il mondo non somiglia a te
(...) se c'è una strada sotto il mare
prima o poi ci troverà
se non c'è strada dentro il cuore degli altri
prima o poi si traccerà (...)

Ivano Fossati

Anche perché l'alternativa è supermoney.eu: Le 10 migliori frasi originali per fare gli auguri di Pasqua


Benvenuti, fratelli
in questo mondo di sciroccati!
Abbiate pazienza... e Buona Pasqua anche a voi.

_____________

Dalla Treccani:

sciroccato agg. e s. m. (f. -a) [der. di scirocco, inteso come «stordito da un forte scirocco»], fam. – Di persona confusa, stordita, imbambolata, o che si comporta in maniera stravagante e incomprensibile; come sost.: quel tipo mi sembra proprio uno sc.; è di nuovo qui quella sciroccata!











giovedì 17 aprile 2014

GREMBIULI E GREMBIULINI


Illustrazione di Carlo Chiostri. La Regina racconta attorno al "canto" del fuoco
Clicca sul blog di Zio Paolo

centorete: Una Donna tra le Fate: Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono.  Perché i bambini lo sanno già.  Le favole dicono ai bambini che i draghi poss...

Visto il grembiulone di Nonna Regina, quella delle Novelle che vi raccontavo alla Balzana al "canto" del fuoco o di notte nei prati della Teresona?

Sulla rete gira, in versioni diverse, questo bel ricordo del "grembiule della nonna":

Le madri e le nonne portavano un grembiule sopra i loro vestiti per
proteggerli poiché avevano pochi vestiti di ricambio.

Infatti, era molto più facile lavare un grembiule quasi sempre in cotone
che un abito, una camicetta o una gonna, fatti di altri tessuti.


Il principale uso del grembiule della nonna era di proteggere il vestito ma oltre a ciò:
  • Serviva da guanto per togliere dal forno un piatto caldo, prima dell'invenzione dei "guanti da forno".
  • Era meraviglioso per asciugare le lacrime dei bambini e, in certe occasioni, per pulire i musi sporchi.
  • Nel pollaio, il grembiule serviva per trasportare le uova, i pulcini da rianimare, e a volte le uova semichiuse, che la mamma metteva in un forno tiepido per facilitarne la schiusa.
  • Quando arrivavano delle visite, il grembiule serviva da nascondiglio ai bambini timidi, da cui l'espressione "nascondersi fra le sottane della nonna".
  • Quando era fresco, la mamma lo rialzava per  coprirsi le braccia e le spalle.
  • Quando era caldo e cucinava davanti alla stufa a legna, vi si asciugava il sudore della fronte.
  • Il vecchio grembiule serviva anche da soffietto, e lo agitava sul fuoco per ravvivarlo.
  • Serviva pure per trasportare le patate e la legna in cucina.
  • Poi nell'orto, era il cesto per varie verdure; dopo la raccolta dei piselli venivano i cavoli. A  fine stagione era utilizzato per raccogliere le mele cadute dall'albero.
  • Quando c'era qualche visita improvvisa, era sorprendente vedere con quale rapidità il vecchio grembiule serviva a spolverare.
  • All'ora del pasto, la nonna andava sulla scalinata del balcone ad agitare il suo grembiule, era segno che il pranzo era pronto, e gli uomini nei campi sapevano che dovevano venire a tavola.
  • La nonna lo utilizzava anche per togliere la torta di mele dal forno e posarla sul bordo della finestra per farla raffreddare; adesso la sua nipotina fa lo stesso: la mette lì ma per scongelarla.... Altri tempi, altre abitudini!
Ci vorranno molti e lunghi anni prima che qualcuno inventi un indumento
che possa competere con il buon vecchio grembiule utile per tante cose.

PERICOLO ?
Oggi si impazzirebbe al solo pensiero della quantità di microbi che potevano
accumularsi sul grembiule in una giornata!

IN REALTA'
la sola cosa che i bambini dell'epoca possono aver preso al contatto con il
grembiule della nonna, era l'amore!

Un po' retorico, ma... io mi ricordo veramente della Nonnina di Malesco (la mamma della signora Olimpia) che mi sembrava vecchissima e aveva sempre un grembiule davanti, qualsiasi cosa facesse.

Era uno di quei grembiuli che ancora si vedono indossare nelle feste di paese, come in questa bellissima serata in una corte della Val Vigezzo, la Valle dei Pittori dove tutti noi abbiamo passato estati ed estati:

A Malesco, tra vino e runditt


Mi ricordo anche che per Carnevale la nonna Pina mi faceva sempre il vestito da contadinella, a volte corto a volte lungo fino alle caviglie, con la camicetta dalle maniche a sbuffo e sempre col grembiule bianco davanti (ho trovato belle foto delle recite che facevo in prima elementare! prima o poi le inserisco qui...) col pizzo di Sangallo.

Ma per me "il grembiulino" era quello bianco dell'asilo, con la tasca dove Petula Lita teneva stretto il bauletto che sapeva di tabacco. E il grembiulino dell'estate, con cui andavo a passeggio orgogliosa di avere una mamma che me li faceva così belli!






venerdì 21 marzo 2014

LÍ DOVE SI VA A PASSEGGIO - per un "leggere lento"

Pavia, in surplace - foto © mpaola casali 2014
Amavo andare a lavorare in treno perché potevo leggere: la Nonna Pina quando ero ragazza mi trovava sempre mille cose da fare e riuscivo a gustarmi un libro solo quando lei faceva il suo riposino pomeridiano (15 minuti spaccati, poi ripartiva più ingazzurrita di prima). 

Ho sempre invidiato chi riesce a cuor leggero a "staccare" e immergersi durante il giorno in un libro che non sia un testo dell'Università e naturalmente ho sviluppato (con pochissimo successo) tutte le strategie per farlo, sentendomi in vacanza a ogni minima riuscita in tal senso. 

Non mi piacciono i trucchi per la "lettura veloce": è una contraddizione, perché leggere richiede un forte impegno anche del nostro emisfero sinistro, quello che ci dice di "mettere le cose in fila una dopo l'altra"con calma, oltre che attivare l'emisfero destro che ci permette di "fare rapidamente il clic", di capire il senso di tutte quelle parole sul rigo.

Insomma, leggere vuol dire godersi un pezzo, e ri-goderselo se è il caso: con un libro si può; con il post di Facebook è un po' più difficile perché quando trovi qualche spunto interessante è già stato ampiamente scavalcato da annunci di diete e richieste di "lavoretti per le scuole sulla primavera" (odiosa e demenziale la mania dei lavoretti a tema! senza anima, se non il compiacimento dell'insegnante che vede il "prodotto finito" invece di cogliere la delicatezza della elaborazione visiva olfattiva tattile motoria del bambino che scopre qualcosa).

Stupirsi - foto © paolo salvi 2014


Così ho deciso di regalarvi un pezzo che ho letto nei giorni scorsi nel libro di Moni Ovadia, L'ebreo che ride. E' una poesia che dovete aver la pazienza di leggere fino in fondo, perché forse ci fa venir voglia di ...


Moshe Nadir, Dort vu m'gheit shpatsim (Lì dove si va a passeggio), 1996

Una terra dove non si va a passeggio, dove non si beve vino
la terra dell'acciaio, del ferro, la terra della tecnologia,
la terra dove un uomo che sputa più lontano degli altri
viene dichiarato campione e lo si porta in palmo di mano.
Ho nostalgia di casa
lì si va a passeggiare con una religiosa puntualità
lì piange tutta la cittadina quando un uomo muore
o parte per l'America
e lì gioisce tutta la cittadina quando qualcuno si sposa
o vince la lotteria.
Là i fiori sono piccini e non hanno nome e i boschi sono grandi
e l'amore è quieto e pieno del colore del sangue.
Lì, quando gli orti sono colmi di frutta, in quell'epoca
la gente aspetta fino a quando il sole cala e va a passeggiare.
Non c'è granché da mangiare
pane e miele per i bambini, latte per gli adulti
ma tutti vanno a passeggio
e ogni passo è una grande arte, una scienza.
Lì la vita ha stile e pace e preziosità, e c'è così tanto tempo libero, la gente fa il bagno quando vuole.
Lì quando un signore si leva il cappello davanti a una signora,
lo fa in modo così dolce e lento che si può leggere la marca
e il numero del cappello.
Lì perfino gli anziani ebrei hassidim, religiosi,
passeggiano verso il pozzo, con in mano la giara
e con il sogno dell'acqua fresca disegnato sui volti luminosi.
Ho ancora nostalgia della terra dove andare a passeggio
è un'arte e non un lavoro.
Ho nostalgia dei suoi tetti bassi e dei suoi cieli alti,
mi manca quella terra di fango, di neve e di polvere
che è così tanto più soffice della terra della pietra e del ferro.
Sto rientrando a casa da una passeggiata al Central Park.
Le persone mi guardano come si guarda uno straniero
perché cammino lentamente, serio e con un bastone.



N.B. La Nonna Pina, che aveva fatto le elementari negli anni '20 ma aveva imparato assai nella sua lunga vita e nelle sue esperienze che definirei a pieno titolo "socio-educative", ha scoperto il tempo e il piacere di leggere (e di scrivere) dopo i 70 anni. E fino alle 4 di notte si è divorata tutto quello che aveva a che fare con psichiatria e antipsichiatria, da Basaglia a Petrella, dalle esperienze delle comunità aperte agli esorcismi e agli studi sugli alberi genealogici, passando da Freud e da Jung, dalle storie vere ai saggi degli specialisti, dai romanzi alle erbe di Mességué.

Qualche volta andava anche a passeggio, per il gusto di andarci.

Luci a Pavia - foto © mpaola casali 2014

domenica 23 giugno 2013

ALTALENA


Mi piaceva molto l'altalena, di tutti i tipi: e non solo da piccola!
Anche oggi quando ne trovo una in qualche giardino
(e non c'è nessun bambino in giro che la reclama) mi ci diverto un sacco. Mi allenta i pensieri.

bella immagine tratta da Enzo Mari - L'Altalena



Tante volte però c'è qualcuno (e anche la nostra testa fa la sua parte)
che ci mette un carico un po' troppo pesante!
Allora per compensare - invece di alleggerire - capita che anche noi aumentiamo la dose.









In questo periodo invece ho imparato che più qualcuno cerca di "tirar giù" più è importante "andar su": è un meccanismo di reazione naturale, ma spesso il nostro cuore tende a sintonizzarsi sul battito cardiaco "incoerente" di chi tira in basso e ci vuole volontà per ritornare alla "coerenza" di un cuore regolare, calmo, positivo.

Volontà e buone e belle abitudini:


come quella di "andare in alto"
e di "guardare in alto"



martedì 26 febbraio 2013