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domenica 29 dicembre 2013

ANCH'IO SONO CRESCIUTA TRA GLI EMIGRANTI



Dedicato a chi è arrivato a Pavia da lontano ad arricchire la mia infanzia.
"Per un Europa dei Cittadini (e non solo della finanza)".


Anch'io sono cresciuta tra gli emigranti. Meglio, tra le emigranti.
Le "ragazze" che lavoravano nella nostra casa e poi nella sartoria della Nonna Pina venivano da lontano (come si diceva allora, anche riferendosi a qualche altra regione italiana).

Appena nata, ho sentito parlare calabrese dalla Gianna, una splendida tuttofare venuta dal sud che - con la sua bambina nata quasi in contemporanea a me - è stata una presenza costante e importante nella mia vita di bambina pavese.

Nonno Aurelio e Nonna Pina (giovani sposi belli) con Zia Alida, Zio Chico, Zio Gabri (piccoli)
insieme alla Gianna e agli altri amici e lavoranti in una delle tante gite fuori porta del secolo scorso
(in questa foto io non ci sono: quando sono nata io non si facevano più queste scampagnate e mi mancano tanto!)








La Gianna - capelli neri e folti e un neo particolare sul viso - abitava in una corte in fondo a corso Garibaldi, di quelle con le case a ringhiera (il gabinetto era nella corte, uno per tutte le famiglie che ci stavano). Quella corte era la mia meta preferita fino ai 10-12 anni quando mi spostavo in bicicletta da sola, perché la casa della Gianna e di suo marito (oltre al fatto che giocavo in cortile e per strada con la mia amica) era per me un altro pezzo della "mia" casa.

"Vedevo" odor di Gianna sulla tavola, nei racconti e nelle piccole stanze piene di cose.
Chissà perché, collego a lei i maglioni lavorati a mano con diversi motivi a righe, di moda a quell'epoca, che ho visto addosso ai miei fratelli nelle foto ormai d'epoca.

Racconti: non conosco bene la storia, ma ho sempre sentito dire che da ragazzina la Gianna era stata "rapita" (e messa incinta) da un personaggio assai in vista in Calabria, che - come tale - doveva nasconderla agli occhi del mondo confondendola tra la servitù.

Non so come ne sia venuta fuori e si sia ritrovata a Pavia: so che qui ha vissuto tanti anni a casa dei miei diventando una di noi, finché è stata raggiunta dal suo vero uomo venuto a fare i turni in fabbrica e con lui ha messo su famiglia.
La collego agli scatoloni con la corda, forse per associazione di idee, o forse perché ero da lei quando arrivavano pacchi dalla sua terra. Le mie foto della prima comunione sono collegate a quelle di sua figlia e di lei che stava orgogliosa alle sue spalle.

È stata a Pavia tanti anni, perché la ricordo "anziana", ma forse aveva una cinquantina d'anni quando è ritornata nella sua terra. Non posso fare a meno di pensarla, quando passo dov'era la sua corte.

Mi manca. Avrei forse un po' meno di umanità dentro se Pavia non l'avesse accolta.




mercoledì 25 dicembre 2013

NATALE in riva al TICINO



(I Fio' d'la Nebia)

A drè la riva dal Tesin l'altra not l'è nasu un fieu
a Giusepp al batareau e Marieta Lavandera
Tut i curan, Tut i curan a fa cera....
(...)

Ma 'l fiulin i regal aghià giamò:
un barcé par fas da ca' e il Tesin... al nos Tesin
par fas ninà....



Ma il bambino i regali li ha già:
una barca da casa gli fa
e il Ticino, il nostro Ticino
per farsi ninnar.

BUONA SERATA DI NATALE, sulle rive del Ticino!

giovedì 19 dicembre 2013

SUGGESTIONI DI NATALE



Lievi suggestioni natalizie, che mi riportano ad altri Natali...

Presepe Nature: Pinkito e Margherita alle 3 di notte. Foto © La Balzana


PAVIA, abside di San Teodoro










... e soprattutto mi ricordano l'emozione del
"preparare" il Natale.
















Da ragazzina, almeno per tutte le elementari e forse anche le medie, i sabati pomeriggio di dicembre erano caratterizzati da una puntata a San Teodoro.

Immancabilmente anche oggi, ogni volta che passo da questo angolo rivivo le stesse sensazioni di allora: aria un po' cupa di nebbia, un pochino di paura (ci si arriva da una stradina piccola e sassosa, allora come ora poco illuminata) e battito del cuore appena accelerato, anche perché arrivavo spesso all'ultimo minuto e gli altri bambini erano già nella cripta per la funzione dell'Avvento.

Le luci e la musica che scappavano dalle finestrelle basse mi segnalavano che la preghiera stava iniziando. Il giorno di Natale, alla messa delle 9.30, arrivavo in genere con il cappotto nuovo che la nonna Pina mi aveva finito durante la notte, o comunque con un paio di calzettoni nuovi, o di guanti e cuffia da inaugurare.











Passare da San Teodoro ancora oggi mi ricorda l'intimità delle candele nella cripta dove si stava più caldi per la messa e la posizione esatta di dove mi andavo a sedere (diversa da quella delle Messe degli altri periodi dell'anno, quando avevo davanti le pecore che ancora oggi evocano il mio soprannome).


La mattina di Natale, prima della Messa, c'era il bagno e prima ancora - di buon mattino - la "finta" della sorpresa per i regali portati da Gesù Bambino (come capita a tutti i bambini, attorno ai 6-7 anni qualche amica dispettosa si era divertita a smontare il sogno, svelando la vera provenienza dei doni dal bagagliaio delle auto dei genitori e, a quei tempi, dalle borse nascoste per tempo negli armadi di casa).

Eppure era - e resta - sempre una gran sorpresa, perché anche se per tutti gli anni successivi mi son assunta il compito di "rinnovare" l'emozione preparando direttamente l'ambiente la sera della Vigilia - mi piace scoprire che "qualcuno" è passato dopo di me e ha aggiunto qualche piccola cosa (meglio se per me!)

Non ho foto di quei momenti. Allora solo lo zio Sergio aveva la macchina fotografica, e addirittura la cinepresa: ma quei momenti intimi tutti dedicati alla nostra famiglia erano "solo nostri". L'unica immagine che collego alla sera della Vigilia (per il richiamo angiolesco della situazione) è questa, di Giancarlo piccino con una buffissima camicia da notte della zia Alida.



Forse stava telefonando per sapere a che ora sarebbe arrivato GESÚ BAMBINO e poter preparare per tempo la CIOTOLINA con il latte tiepido per Lui e la CAROTINA per l'asinello (che la mattina dopo avremmo trovato puntualmente sgranocchiata con le dovute gocce di latte rimaste ancora sul pavimento insieme alla ciotola vuota).

E il rito delle SCARPE lucidate? A casa le pulivamo a turno io e i miei fratelli, ma mi pare che la sera di Natale ognuno si preoccupasse ben volentieri di lustrare le proprie per andarle a collocare il più in vista possibile in salotto ai piedi del divano, delle poltrone e dello specchio. Era il "segnaposto" inequivoco per indicare dove avrebbero dovuto essere appoggiati i regali che ti a-spettavano.

La mattina ovviamente ero la prima a svegliarmi all'alba (con gran disappunto di tutti gli altri della famiglia - più grandi - che conoscevano il copione e avrebbero solo voluto dormire ancora). Una rapidissima occhiata di nascosto ai vetri smerigliati del salotto (proibito entrare da soli!) e la meraviglia di vederlo tutto colorato di arancione, con un profumo di mandarini che passava da sotto la porta!!!

Era allora che cominciava il tormentone della sveglia a tutta la casa per accelerare il momento magico della scoperta, che andava fatta rigorosamente prima del bagno, della colazione e della Messa, anche perché ci si rivestiva per l'occasione con le nuove calze, magliette, mutande, camicie, cravatte e scarpe (quando andava di lusso).

Non ricordo bene se ognuno si fiondava nel proprio "angolo": non mi pare. Mi piace ricordare che tutti prima facevano il giro della stanza per guardare la scenografia preparata per tutti: le scatole impacchettate e infiocchettate piccole e grandi, il pacchetto morbido che nascondeva sicuro un maglioncino o una sciarpa, i mandarini a mucchietti sparsi, insieme alle noci, alle confezioni di datteri e fichi secchi, a qualche filo argentato e al tocco geniale di chi aveva predisposto la situazione.

Che bello poter aprire un pacchetto e condividerne lo stupore e la gioia con gli altri, che fanno la stessa cosa ma tenendo gli occhi aperti su ognuno di noi! che bello "tenerci dentro" questi momenti!!



BUON NATALE
insieme





sabato 7 dicembre 2013

IL FIUME e LA NEBBIA


Oggi, 7 dicembre 2013 (S. Ambrogio), splendida e "miracolosa" giornata di sole a Pavia e temperatura quasi primaverile: quello che ci voleva per facilitare la vita a noi "traslocatori quasi di professione", alle prese con un nuovo luminoso inizio.

Sì, perché 3 anni fa - più o meno di questi tempi - zio Paolo e io abbiamo inaugurato lo studio in queste condizioni:

E meno male che faceva "luce" il mio giaccone!

Fatto - manco a dirlo - dalla nonna Pina
con il famoso Panno del Casentino, la terra che mi ha "catturato e adottato" per 30 anni.

Una bella metafora per la mia vita, e per rispondere alla domanda che mi sento ripetere da qualche anno a questa parte: "Ma se hai vissuto 30 anni in Toscana in quel luogo da sogno, come hai fatto a tornare a Pavia?"

"È per colpa di quel fiume se io sono ancora qui..."


Certo il fiume è un pezzo grande della mia infanzia e della mia vita da liceale e universitaria. Ho abitato "sul Ticino" da quando avevo un anno fino all'adolescenza, e dalle vetrate della mia casa al terzo piano - proprio a metà tra i due ponti - il fiume è stato il mio sfondo emotivo e cromatico.

Paride il barcaiolo; le regate in canoa e i motoscafi del raid Pavia-Venezia; il mio primo (e unico) giro sul motoscafo rosso della signorina Ollano; le prime passeggiate  all'inizio di ogni primavera con i bambini piccoli (le cuginette appena nate quando io avevo 5 anni, e i miei nipotini quando ne avevo 15); i marciapiedi del viale su cui - di giorno - correvo con i pattini a rotelle vinti con i formaggini rischiando di capottarmi sui "foruncoli" provocati dal catrame in ebollizione e dalle radici degli alberi; gli stessi marciapiedi che - di notte - si popolavano di signore a cui non riuscivo a dare un'identità.

E la poesia che ho scritto a 10 anni guardando il tramonto, quando ho usato - per descriverne i colori - le diciture dei pastelli che mi avevano appena regalato:

Verde cupo dei boschi,
violetto rosato,
garanza rosa,
arancione e giallo,
bianco grigiastro
e azzurro verde e turchino.

Voi dominate sul ponte
al tramonto del sole.
Vi riflettete, o colori,
sul mio bel Ticino.

Pavia, 21 novembre 1965


Solo oggi mi sono levata lo sfizio di cercare su Google quella parola che non avevo (e non avrei) mai sentito da nessuno, e che per questi 48 anni mi è tornata in mente a ogni tramonto, insieme alla certezza di averla letta sul pastello e al dubbio di essermela inventata:
Lacca di Garanza Rosa

I ricordi con le persone, potentissimi: il nonno Carlo e Petula Lita; le passeggiate al sole con Zia Tuci; i ricordi dell'attesa di Gabri (mio fratello) che stava a pescare per ore (con la nonna Pina e il nonno Aurelio non so se arrabbiati o preoccupati e io che stavo di guardia finché non lo vedevo arrivare col suo barcè); e per par condicio Chico (l'altro fratello) e il Cattagni, che nel 1967 (anno di introduzione dell'ora legale) si ostinavano a tenere l'orologio con l'ora solare per essere originali.... (collego questo episodio a un ricordo vivido di noi tre nel piazzale dove Paride tirava su le barche al pomeriggio); la riva dove ogni tanto andavo coi libri a studiare con Alida, mia sorella, e i punti esatti dove lei mi faceva le prime foto a colori nell'età in cui mi vergognavo di "mettermi in posa".

Le processioni bianche e dorate di maggio con l'abito della prima comunione e la candela in mano; le sfilate colorate delle matricole con i loro rumore di barattoli legati ai piedi; il Palio dell'Oca quando lo facevano in grande stile (viva Google! ho trovato un film LUCE dell'epoca - guarda caso - recuperato dal Cattagni di cui sopra):



Insomma... questo fiume... dove era destino tornassi anche per guarire ...
FA SEMPRE MIRACOLI!
e io nei MIRACOLI, riesco comunque a crederci.

(...)
Perchè in fondo il mare ha un lato
un solo lungo lato blu
e anche lo sguardo più allenato
non può vederne mai di più

mentre chi vive accanto a un fiume
anche se è grande come qui
vede benissimo il confine
e non può credere ai miracoli
(...)


mercoledì 4 dicembre 2013

LA CARTA


Facebook riserva belle sorprese.
Una più bella dell'altra.

Ebbene sì... lo usa anche la Zia Popa! e vi dirò di più: ho vissuto la nascita del computer dal 1981, quando con lo zio Marco ho deciso di comprare e sperimentare il VIC 20 (che vendevano a 199 mila lire senza il monitor e senza la tastiera (o qualcosa del genere). Per averne uno più "completo" lo abbiamo pagato 400 mila lire e dovevi fare strani collegamenti alla televisione per vedere qualcosa. Mi ricordo che compariva nella prima schermata, in caratteri cubitali: COME TI CHIAMI? e quando inserivi il tuo nome... magìa magìa... BUONGIORNO, MARIA PAOLA!

Poi con il Commodore 64 (che funzionava solo con le cassette del registratore) ho addirittura tenuto per qualche anno l'archivio del Coordinamento Regionale e Nazionale degli Asili Nido e ho preparato una ricerca da presentare al Convegno Nazionale degli Asili Nido a Venezia nel 1984.

Era un lavoro molto accurato che comparava il reddito di 100 famiglie di diversa estrazione e con diversi numeri di figli e le quote che avrebbero pagato per l'iscrizione agli asili nido, se avessero abitato a Pavia, a Cinisello, a Pistoia, ad Arezzo, a Venezia e in un sacco di altri città e paesi. Un lavoro da certosini, per "interpretare" le normative e i regolamenti dei vari comuni e dimostrare che la tariffa minima e massima erano assolutamente soggette a un'infinità di variabili.

Avevo programmato le formule che mi permettevano di comparare esattamente i dati, avevo riempito cassette su cassette per paura di perderli, avevo fatto stampe su stampe per lo stesso motivo.
E LA SERA PRIMA DEL CONVEGNO... 

PFFFFFFF
sparito tutto
!!!

Un dramma! o meglio: una notte passata a RITAGLIARE le stampe preventivamente fatte e a rimontarle sotto forma di quaderno da far fotocopiare prima dell'inizio lavori. NON ME NE E' RIMASTA NEMMENO UNA COPIA! (anzi... se qualcuno che legge questo blog ricorda questa ricerca e me ne procura una... sarebbe come recuperare un pezzo di memoria e mi farebbe felice!)

La Zia Popa si gratta la testa in una delle riunioni di fondazione del Gruppo Nazionale Nidi Infanzia, nel lontano 1980

E la cosa stupefacente è che questa foto l'ho ritrovata per caso su internet, cercando la data del Convegno Nazionale di Venezia, proprio perché poco prima - vedendo un video su Facebook - mi ero improvvisamente ricordata di quell'episodio (ho ancora molto ben presente il tavolino di legno fatto dal babbo di Marco trent'anni prima e da noi restaurato, messo in diagonale a funger da scrivania nella grande camera della casa di Cinisello Balsamo, ricoperto da strane attrezzature enormi che dovevano servire a comporre, registrare e stampare centinaia di fogli).

Mi ha fatto molto sorridere... e molto pensare!
Chissà se sono davvero i fogli di carta che stanno facendo abbattere le foreste... o è piuttosto lo stress e l'inquinamento elettromagnetico che stanno abbattendo noi e i nostri bambini?

Lo condivido con voi,
perché sarebbe bello che i miei nipoti e nipotini continuassero a vivere in un mondo fatto ANCHE di carta!


lunedì 14 ottobre 2013

PETULA LITA


C'era una volta una bambina, bionda, paffuta, riccia riccia. La chiamavano Petula Lita.
Aveva due occhi seri, attenti, ma sorridenti.
Aveva 3 anni.
Petula Lita abitava in una casa con tante stanze, e due saloni con il pavimento bianco, di marmo. E la casa aveva un balcone, con i gerani e le petunie che quando ti avvicinavi per odorarle ti si attaccavano al naso con i loro petali morbidi, un po' pelosi.

Petula Lita era piccola, e non arrivava a fiutare le petunie e neanche a guardare il viale sotto casa, e il fiume proprio di fronte: allora prendeva uno sgabello, stava ben attenta a non sporgersi troppo, come le avevano insegnato, e si appoggiava alle cassette dei fiori, appese alla ringhiera, e guardava giù, nella strada... Qualche macchina lungo il viale, Paride il barcaiolo, e qualcuno che passava sotto gli alberi che si vedevano lontani, laggiù, dal 3° piano.

Ogni tanto passava il nonno: un nonno strano, con i baffoni, forse col cappello, il gilet e l'orologio da tasca. Ma passava lontano, laggiù, camminava guardando sempre a terra, davanti a sé. Petula Lita lo chiamava: nonno, nonno! Ma forse credeva di chiamarlo, ma non lo faceva perché le avevano insegnato a non urlare. E il nonno non la vedeva, o faceva finta di non vederla: non veniva mai in casa. Chissà, forse si vergognava. Chissà dove abitava lui: da uno zio? o forse all'ospedale?

Ma un giorno... Petula Lita!! Petula Lita!!
E' il nonno!!! E' qui! E' venuto a casa, mi sta chiamando!

Tieni, l'ho portato per te.
E il nonno dà a Petula Lita una cosa piccola piccola, dorata, che sa di tabacco, come le tasche del nonno, e come i suoi baffi, e le sue mani. Petula Lita la prende con due dita, la gira e rigira: è un bauletto, piccolo piccolo, ma c'è tutto, come quello che la mamma riempie di biancheria quando si va in montagna... C'è la maniglia, sopra, che si muove... e ha le borchie dorate e tra i profili di metallo le pareti sono di pelle, rossa, profumata, un po' di pelle e un po' di tabacco. Ed è morbida: Petula Lita passa l'indice lungo i bordi di metallo e sente i loro profili, rigidi, e - sotto - la pelle morbida, liscia, che a toccarla quasi sembra si stacchi e che il dito affondi dentro. Bisogna toccarla piano, delicatamente, se no si scolla.

E c'é la serratura. Si apre davvero! e anche dentro è morbido, ma è diverso: un po' più peloso, come le petunie quando si affonda il naso. Ma è bello: il coperchio è ricurvo e toccandolo da dentro si sente - sotto la pelle - il profilo delle parti metalliche esterne.

E richiuso sta in una mano, nella tasca del grembiulino bianco dell'asilo, nel cassetto, in un angolino.

E poi è magico: Petula Lita non sa dov'è il nonno, non ha ancora capito dove abita e perché non viene mai a casa. L'hanno portata in ospedale a trovarlo, ma non aveva il pigiama. Aveva il gilet, e l'orologio da tasca, e il cappello. E non era a letto. C'erano tante altre persone, tutti uomini come lui, che giravano e parlavano da soli.
Petula Lita prende il suo bauletto, lo accarezza, passa l'indice lungo i contorni delle parti metalliche. Lei riesce perché è piccola, e col ditino sente la pelle morbida, liscia, e vede il nonno, laggiù, sul viale, che passa, e questa volta guarda in su e la cerca, ma non sale in casa.

Petula Lita cresce, diventa grande, cambia casa: forse il suo bauletto era un po' consumato e qualcuno glielo ha buttato, o forse è semplicemente rimasto nella tasca di un grembiulino.

Eccone uno, in un sacchettino: qualcuno glielo ha regalato; chissà se lo ha fatto apposta o se è solo un caso?!

Ma non è rosso, non è magico, e non sa di tabacco.

10 maggio 1989







venerdì 22 febbraio 2013

1936 - NONNO IN GUERRA


Come posso resistere alla tentazione di farvi conoscere il nonno Aurelio in versione "guerriera"? Qui aveva quasi 25 anni e - dal suo viso attento e dolce, decisamente BELLO - mi pare che di voglia di combattere ne avesse pochina. Di sicuro tutti quelli che lo hanno conosciuto si ricordano della sua arguzia e della sua mitezza. Visto che lo avevano mandato laggiù per "UN POSTO AL SOLE", si era premunito di un buon  casco coloniale!

Lo zio Chico mi ha detto poco fa che ad onor suo la sua guerra è stata come cuoco alla mensa ufficiali....a cuocere tra l'altro caproni lessi maleodoranti.... che diceva tenevano lontano il "nemico" con l'odore...

Ecco cosa ha scritto il nonno dietro la foto, arrivata chissà quando a Pavia:





CORRIERE DELLA SERA
Edizione del mattino
Mercoledi 6 maggio 1936 - A XIV
(Fonte: Corriere della Sera, Un secolo in prima pagina, 1996)




martedì 19 febbraio 2013

VEGLIA e SVEGLIA

Alba sulla Verna
E' molto bella quest'alba "sgranata" rubata dalla finestra di camera questa mattina: ho intravisto la luce e  mi sono girata verso La Verna. Una nuova alba, in tutti i sensi, come ogni nuova alba, come ogni nuovo giorno che è sempre comunque diverso.

Poi ho tentato di ridormire. In fondo sono qui in convalescenza! me lo posso permettere, anzi DOVREI dormire molto di più. Ma ier sera sono stata troppo "a veglia", come si dice qui in Casentino: non più attorno al fuoco, come ai tempi della Balzana in cui raccontavo le Novelle della Nonna davanti a un nugolo di piccoli e grandi attenti e incuriositi.



Strano: allora VEGLIA e SVEGLIA andavano comunque d'accordo! la mattina eravamo tutti pimpanti a salutare il sole prima della colazione.

Ieri sera invece - come troppe altre sere - ero a veglia qui, con questo bel Buddha di Sabbia dipinto dalla nostra amica Giò, luminoso colorato e rasserenante a ricordarmi che forse era ora di riguardare "fuori e dentro" invece di guardare fissa schermo e tastiera fino all'una di notte. 



Oggi ho sonno, naturalmente! Sento gli occhi molto stanchi, più del solito.... e non riesco a spegnere il computer per recuperare un po' e rimandare tutto fra un'ora. Non ci scappa niente..... solo i colori del cielo che cambia mentre guardiamo sui tasti...

martedì 8 gennaio 2013

CI SONO GIORNI ...



Ci sono dei giorni in cui si passano momenti di gioia, di serenita' e di tenerezza e poi, all'improvviso - per due parole dette nel posto sbagliato o nel modo sbagliato - ci si trova con uno stato d'animo di rabbia, impotenza e confusione.

Questo e' un giorno di quelli.

E allora, sapete che trucco ho trovato? mi sono fatta i Punti Positivi (quelli del Brain Gym che vado insegnando in giro), ho fatto un po' di respiri, ho preso in mano l'uncinetto per dieci minuti...e ho ripensato a quello che questa mattina mi aveva fatto bene.

Lo condivido qui con voi perche' magari vi fa bene in un qualche altro momento.


centorete: Vorrei che felicità...: Vorrei che felicità albergasse nei vostri cuori e riempisse il carretto che spingete nella vita Avanzando nel sole tra i colo...

domenica 6 gennaio 2013

LA BEFANA DEI FERROVIERI


Questo invece è dedicato a nonno Aurelio
che faceva il ferroviere: 

per la Befana mi portava in via Rezia
in un grande locale dove facevano le feste della Ferrovia
 e mi regalavano un pacchetto di biscotti.

Nel mio album ho la foto col cappottino blu e il pacco di biscotti in mano.

Ecco cosa è scappato fuori dalle scatole nascoste all'Ospitale!

LAVANDERINA

Dedicata a Nonna Pina e a Zia Dede, che oggi avrebbero compiuto 99 e 95 anni!

La bella lavanderina
che lava i fazzoletti
per i poveretti
della città.

Fai un salto
fanne una altro
fai una giravolta
falla un'altra volta

guarda in su
guarda in giù
dai un bacio a chi vuoi tu!

E la Dede se ne intendeva di salti e giravolte!


questa foto invece è la piccola Rebe
che gioca ai travestimenti in baita e mi ricorda la nonna a Malesco
e - visto che oggi è il 6 gennaio - anche una piccola elegante befanina

mercoledì 2 gennaio 2013

I SASSI DELLA GRATITUDINE


E' strano:
se pensiamo ai sassi, una delle prime cose che ci viene in mente è "un mucchio di sassi"
con tono spregiativo.


Quando camminiamo nel centro di Pavia, soprattutto con i sandali o le scarpe leggere, i ciottoli li sentiamo proprio tutti sotto i piedi: l'acciottolato era un tormentone per la nonna Pina! A me invece piace tantissimo perché mi ricorda quando ero piccola e giravo nelle stradine attorno a San Teodoro con i sandali blu con i due buchi. Qualche mese fa mi sono fatta persino una foto con le scarpe nuove perché mi piaceva il gioco di colori e mi ricordava quei momenti (a scanso di equivoci: i piedi più grossi sono quelli di Paolo! E' per questo che - come dice lui - paga le tasse in più province).



Tutti ci siamo fermati almeno una volta davanti a un sassolino particolare, diverso da tutti gli altri, e ce lo siamo messi in tasca. Poi ce lo siamo dimenticati e lo abbiamo ritrovato quando meno ce lo aspettavamo: e allora ci ritorna in mente il momento in cui lo abbiamo "visto", individuato tra tutti gli altri, e abbiamo deciso di tenercelo. Quello era un momento in cui ci siamo sentiti grati alla natura per aver prodotto qualcosa di così particolare... Una volta ho sentito la storia dei Sassi della Gratitudine (ci sono tante versioni di questo racconto), ma il succo è questo: quando abbiamo la sensazione di essere sfortunati e che tutto ci sta andando male, ricordiamoci di mettere una mano in tasca e tirar fuori il nostro sassolino. Guardiamolo e poi ringraziamo il cielo di essere lì e poterlo guardare.

domenica 30 dicembre 2012

MIMINO


Mimino ha 100 anni, credo... Lo abbiamo visto tutti noi nella casa di zio Ulisse e di zia Gina, quando lo mettevano sul tavolo e cominciava a camminare. Poi - arrivato al bordo - si fermava all'improvviso e non cadeva mai! Aveva i pantaloncini corti da tirolese. E' rimasto un po' in mutande... ma è sempre lui! e ora è a nella casa del nipote più piccolo.

Lunga vita a Mimino!