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martedì 14 febbraio 2017

TORNARE alla VITA





Mattino presto, molto presto.
Le case sparse sul monte sono presenti con le loro luci notturne.
Una piazza con la luna, qualche finestra che si illumina.

Un uomo canticchia sotto la finestra, mentre - diligente - spazza con cura il selciato.
Si stupisce del mio saluto e continua nel suo lavoro.

Poi prende il carretto, alza la scopa come una bandiera
e sparisce dietro l'angolo.
La piazza resta un po' più vuota... Il bar è ancora chiuso.





Fra poco profumo di brioches, gente che chiacchiera.
E io posso stendere i panni nella corte, con la carrucola,
tra le mura dell'antica torre.


Questo è tornare alla vita.




sabato 19 aprile 2014

EMIGRATI DA NOI STESSI


Bella faccia, bel sorriso. Di quelli che ti illuminano il cuore e che avremmo bisogno di trovare più spesso nel grigiore delle nostre strade, coi musi lunghi delle persone che vanno di fretta e la sequela di lamentele ad ogni pie' sospinto.


Giorni di Pasqua, giorni di Passione, di Fratellanza, di Speranza. Leggo sul giornale che il Giovedì Santo, per la cerimonia della lavanda dei piedi, il Vescovo ha deciso di inginocchiarsi davanti a 6 profughi, tra i pochissimi sopravvissuti alla traversata del Mediterraneo che continua impietosamente ad inghiottirne.

Sarà retorica, sarà opportunismo, sarà l'esempio del nuovo Papa, sarà che pochi mesi fa il sorriso di Mamadou (a noi è piaciuto chiamarlo così) ci ha fatto desiderare di trovarne altri a rischiararci le giornate... Fatto sta che la notizia mi ha fatto particolarmente piacere, così come mi ha visceralmente irritato leggere gli insulti e le considerazioni grette ed ignoranti dei miei concittadini a commento dell'articolo di cronaca locale.

Guarda caso, proprio ieri mi ero letta tutto d'un fiato uno di quei libretti venduti per le strade, che ogni tanto ci capita di comprare più per "sentirci buoni" che altro, sempre con la sensazione di "fare un favore a quel disgraziato" e con la soddisfazione di poter dire in tutta sincerità un bel "già dato" agli altri numerosi questuanti.

Non sapevo (almeno fino a ieri) chi fosse Bay Mademba; non so se il suo "Viaggio della speranza: dal Senegal all'Italia in cerca di fortuna" sia o meno un concentrato di luoghi comuni scritto ad hoc per mitigare il clima di intolleranza in cui viviamo.
So che oggi ho qualche informazione in più, che mi ha fatto drizzare le orecchie al servizio televisivo sul mercato industriale del pesce che ha "razziato" i mari del Senegal costringendo i pescatori a mettersi in coda per emigrare.

un'immagine da www.nationalgeographic.it
Ringraziamo l'iperattività dei pescherecci stranieri, a partire da quelli europei.
Che, in un solo giorno, possono catturare tanto pesce quanto 56 piroghe locali in un anno. 

"Noi italiani siamo emigrati da noi stessi, abbiamo rinunciato alle nostre tradizioni diventando altri, ormai quasi irriconoscibili rispetto a qualche lustro fa. L'altezza media nazionale è enormemente aumentata, i piedi si sono allungati, anche gli uomini si tingono i capelli, le donne si rifanno la bocca e il naso, tutti parlano con un linguaggio impoverito e stereotipato. Non ci sono più né vecchi né giovani: in questo ballo in maschera della società del benessere abbiamo perso l'identità e tutti siamo diventati immigrati.

Ecco perché arrivano a frotte da noi uomini, donne e bambini dal terzo mondo, e nessuno li può fermare.

Non vengono solo a cercare lavoro e fortuna, non arrivano soltanto perché gli industriali li chiamano e li lusingano come le sirene nell'Odissea. Ci raggiungono per portarci in dono le cose preziose che noi abbiamo, ohimè, dimenticato: il sorriso, la voglia di parlare, il gusto di salutarsi, il piacere della compagnia, la disponibilità alla sorpresa, la mancanza di paura verso il prossimo, l'accettazione fatalistica delle difficoltà.

Gli immigrati vengono a colmare questo nostro vuoto spirituale e finché resteremo così imbrigliati in una vita materialistica, non ci saranno né leggi xenofobe né controlli polizieschi che potranno fermarli.

Fino a qualche lustro fa eravamo noi occidentali ad andare da loro per colonizzarli e renderli schiavi, depredandoli e mandando in frantumi le loro economie di sussistenza. Non lamentiamoci perciò se, dopo aver distrutto le loro comunità, adesso ce li troviamo davanti a casa".

da Il mio viaggio della speranza: dal Senegal all'Italia in cerca di fortuna di Bay Mademba
Bandecchi &Vivaldi Editori

"In Senegal siamo tutti fratelli e sorelle:
non sei un fratello di sangue, ma sei un fratello di genere umano".


Val la pena riascoltarsi - in questa Pasqua di Speranza - quel che zio Paolo ha pubblicato nel suo blog il 2 gennaio 2013.
centorete: Mio fratello che guardi il mondo...

Mio fratello che guardi il mondo
e il mondo non somiglia a te
(...) se c'è una strada sotto il mare
prima o poi ci troverà
se non c'è strada dentro il cuore degli altri
prima o poi si traccerà (...)

Ivano Fossati

Anche perché l'alternativa è supermoney.eu: Le 10 migliori frasi originali per fare gli auguri di Pasqua


Benvenuti, fratelli
in questo mondo di sciroccati!
Abbiate pazienza... e Buona Pasqua anche a voi.

_____________

Dalla Treccani:

sciroccato agg. e s. m. (f. -a) [der. di scirocco, inteso come «stordito da un forte scirocco»], fam. – Di persona confusa, stordita, imbambolata, o che si comporta in maniera stravagante e incomprensibile; come sost.: quel tipo mi sembra proprio uno sc.; è di nuovo qui quella sciroccata!











venerdì 31 gennaio 2014

LABORATORIO

Ieri sera mi sono addormentata con una serie di immagini e parole nella testa.

Prima di cena - rientrando da una girata sotto la neve in una Pavia infreddolita e magica - la prima cosa che ho notato nel buio della casa è stata la luce bianca del giardino davanti che entrava prepotente dal finestrone.

Normalmente di questa stagione chiudiamo le persiane appena fatto buio per evitare di disperdere il calore (piccolo accorgimento che per pigrizia pochissime persone adottano). Ma ieri sera, chiuse tutte le altre finestre, questo clima lunare dovevamo godercelo fino in fondo!

Poi ho trovato lo scatto che zio Paolo ha fatto ieri mattina, all'inizio della nevicata:

uno scatto geniale di Paolo Salvi (zio Paolo, insomma)

Ve lo regalo volentieri perché in un attimo mi ha fatto venire in mente un sacco di associazioni di idee:


  1. Come fanno le persone a vivere e lavorare senza guardar mai fuori dalla finestra? Lo sapete che oggi nelle aziende si lavora giornate intere in spazi senza finestre? e si fa formazione nei seminterrati? Lo sapete che in tutti i grandi alberghi che ospitano convegni e seminari (quando si dovrebbe stare più sereni per essere meglio concentrati) le sale sono rigorosamente con luce al neon e aria forzata?
  2. Come fanno i bambini curiosi a dare credibilità a un insegnante che considera più importante quello che sta spiegando, rispetto al miliardo di cose che potrebbe scoprire e condividere con la classe solo guardando insieme questo scorcio? Lo sapete, vero, che se un bambino guarda fuori mentre nevica o mentre cade una foglia o perché compare la prima rondine... accumula una serie di punti a suo sfavore, finendo presto nella lista dei bambini distratti e incapaci di concentrarsi da segnalare in consiglio di classe?
  3. il laboratorio della nonna Pina, la vera Bottega dell'Apprendista, quello che era l'ambiente ideale per i miei giochi e per le mie prime scoperte e ritrovo serale per la Guerra degli Spilli, era un continuo "fare" e osservare e imparare e chiacchierare di quel che succedeva dentro e fuori. Le mani andavano veloci ed esperte e gli occhi si muovevano rapidi tra la stoffa da tagliare, il modello da realizzare e un'occhiata al lavoro di tutte. Nella massima concentrazione, con risultati eccellenti.
  4. Questo specchio è un pezzo delle vecchie toilette che si usavano nelle case contadine fino a qualche decennio fa: io me le ricordo davvero nelle case delle "ragazze" che lavoravano dalla nonna Pina, che da piccola mi portavano la sera qualche volta a casa loro. Sotto, la cucina con il camino e la mamma di Mariuccia (Puccia Motta come la chiamo ancora io!) con le sue ciambelle da urlo che profumavano tutta la casa e salivano le scale che portavano alla camere dal pavimento di legno scricchiolante. La mia memoria "sensoriale e motoria" ha tutto impresso in modo indelebile: odori, rumori, paure, stupori, luci, ombre e movimenti.
Per anni ho avuto questi "pezzi di vita" nella mia piccola camera all'Ospitale, in Toscana, e poi alla Balzana, e poi qui a Pavia. E ora sul balcone, con una pianta, per "aprire lo sguardo" a chi è pronto a farlo.

Grazie zio Paolo, per avermelo riproposto con la tua "laboriosa" e geniale chiave di lettura!





"Il problema è avere gli occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio."  (Pier Paolo Pasolini)


domenica 29 dicembre 2013

ANCH'IO SONO CRESCIUTA TRA GLI EMIGRANTI



Dedicato a chi è arrivato a Pavia da lontano ad arricchire la mia infanzia.
"Per un Europa dei Cittadini (e non solo della finanza)".


Anch'io sono cresciuta tra gli emigranti. Meglio, tra le emigranti.
Le "ragazze" che lavoravano nella nostra casa e poi nella sartoria della Nonna Pina venivano da lontano (come si diceva allora, anche riferendosi a qualche altra regione italiana).

Appena nata, ho sentito parlare calabrese dalla Gianna, una splendida tuttofare venuta dal sud che - con la sua bambina nata quasi in contemporanea a me - è stata una presenza costante e importante nella mia vita di bambina pavese.

Nonno Aurelio e Nonna Pina (giovani sposi belli) con Zia Alida, Zio Chico, Zio Gabri (piccoli)
insieme alla Gianna e agli altri amici e lavoranti in una delle tante gite fuori porta del secolo scorso
(in questa foto io non ci sono: quando sono nata io non si facevano più queste scampagnate e mi mancano tanto!)








La Gianna - capelli neri e folti e un neo particolare sul viso - abitava in una corte in fondo a corso Garibaldi, di quelle con le case a ringhiera (il gabinetto era nella corte, uno per tutte le famiglie che ci stavano). Quella corte era la mia meta preferita fino ai 10-12 anni quando mi spostavo in bicicletta da sola, perché la casa della Gianna e di suo marito (oltre al fatto che giocavo in cortile e per strada con la mia amica) era per me un altro pezzo della "mia" casa.

"Vedevo" odor di Gianna sulla tavola, nei racconti e nelle piccole stanze piene di cose.
Chissà perché, collego a lei i maglioni lavorati a mano con diversi motivi a righe, di moda a quell'epoca, che ho visto addosso ai miei fratelli nelle foto ormai d'epoca.

Racconti: non conosco bene la storia, ma ho sempre sentito dire che da ragazzina la Gianna era stata "rapita" (e messa incinta) da un personaggio assai in vista in Calabria, che - come tale - doveva nasconderla agli occhi del mondo confondendola tra la servitù.

Non so come ne sia venuta fuori e si sia ritrovata a Pavia: so che qui ha vissuto tanti anni a casa dei miei diventando una di noi, finché è stata raggiunta dal suo vero uomo venuto a fare i turni in fabbrica e con lui ha messo su famiglia.
La collego agli scatoloni con la corda, forse per associazione di idee, o forse perché ero da lei quando arrivavano pacchi dalla sua terra. Le mie foto della prima comunione sono collegate a quelle di sua figlia e di lei che stava orgogliosa alle sue spalle.

È stata a Pavia tanti anni, perché la ricordo "anziana", ma forse aveva una cinquantina d'anni quando è ritornata nella sua terra. Non posso fare a meno di pensarla, quando passo dov'era la sua corte.

Mi manca. Avrei forse un po' meno di umanità dentro se Pavia non l'avesse accolta.




domenica 15 settembre 2013

C'ERA UNA VOLTA ... nella SOCIETA' del FARE


"Una dolce aria primaverile faceva crescere a occhiate il grano nel podere di Farneta, e rivestiva di fiori gli alberi e i prati. Le speranze nella raccolta erano grandissime, e i Marcucci lavoravano instancabilmente per aiutare l'opera benefica della natura. Essi avevano già seminato i fagioli, le zucche, i piselli e le fave, e avevan tolto dai solchi del grano tutte le erbacce, affinché quello crescesse rigoglioso e desse spighe più granite.

Le donne, e la Vezzosa specialmente, trapiantavano le insalate, i cavoli, le erbe aromatiche, e facevano nascere i bachi da seta, ora che i gelsi mettevan le foglie, e non sarebbe mancato ai preziosi produttori della seta il loro naturale alimento.

Tutti erano in faccende: gli uomini non tornavano a desinare a casa altro che la domenica, perché c'era anche da legar le viti sui pioppi, e ogni pianta aveva bisogno dell'opera del contadino.

La massaia non aveva braccia abbastanza per preparare da mangiare per tutti e pensare ai suoi figlioli; le altre dovevano fare il bucato, il pane, e rassettare vestiti e biancheria. Anche i bimbi lavoravano: chi portava via i sassi dai fossi e dai campi, chi conduceva i maiali a pascolare nel bosco, chi faceva l'erba per le bestie e accompagnava i viaggiatori col trapelo fino al pian dell'Antenne, sotto Camaldoli."


La Zia Popa, in versione "nonna Regina",  legge "Le Novelle della Nonna" di Emma Perodi